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Brutto gay

Brutto gay

4 agosto 2015 | , , , , , , , ,

superman_wonderwomanjpgSarai bella tu. Al massimo fuori, s’intende. Che dentro hai un inferno, di bruttezza. E forse non è neanche tutta colpa tua. Anzi, certamente.

La giovane che si è accanita e ha scatenato l’ira dei suoi amici contro un ragazzo eterosessuale scambiato per omosessuale solo perché guardava il suo fidanzato ha dalla sua davvero una cultura ridotta a una povertà spaventosa.

Mica certe avversioni nascono perché qualche furbo profittatore di umane debolezze inneggia al machismo, sono radicate in una ben più diffusa barbarie spirituale. E’ una specie di orribile logica di forza, schemi, catene. Già. Magari all’ombra delle libertà del progresso, della canna selvaggia, dei costumi disinibiti o di chissà cos’altro, sono cresciuti a dismisura i limiti intellettuali.

Il cervello ce lo siamo bevuti in qualche cocktail micidiale, il cuore ha smesso di battere in pieno arresto emotivo. E sbrachiamo con una disinvoltura violenta, arrogante, idiota. Non abbiamo neanche più vergogna, della nostra ignoranza, della nostra insensibilità, della nostra grettezza. Anzi. Lo sfascio collettivo sta proprio in una spavalderia sbrodolona e cafona.

Tette e muscoli sono i simboli della nostra inconsistenza culturale. E non perché le forme siano da condannare, ci mancherebbe. Perché ci hanno resi incapaci di vedere davvero, di guardare oltre il naso, di capire, di amare, di crescere. Ci siamo chiusi in un recinto e abbiamo incautamente buttato via la chiave. Altro che orizzonti allargati e modernità, siamo sprofondati nel peggior vicolo cieco della storia. Sempre contro, dall’alto di chissà quale assurda superiorità. Con una sentenza di condanna pronta in tasca da sbattere in faccia al primo che osa respirare. Pieni di etichette da appiccicare a questo o a quello, perché è gay o chissà o cos’altro.

Che poi il ragazzo menato e finito in coma non sia neanche gay è proprio la faccia mostruosa di questa realtà fatta di paure devastanti, pochezze asfissianti, superbie intollerabili. Già, in fondo un gay è uno che ha il coraggio di essere se stesso. Quelli che non ce l’hanno fanno prima a darselo facendo andare le mani o urlano brutto gay che cercando serenamente l’audacia di vivere il più serenamente possibile.

Oltre all’orrore c’è di più. A me una società che fatica a riconoscere uomini e donne come persone mette addosso un’indescrivibile infelicità.

Gli insulti a Morandi e Armani

Gli insulti a Morandi e Armani

22 aprile 2015 | , , , , , , , , ,

La rete non è altro da noi, naturalmente.

A Gianni Morandi valanghe di insulti per aver ricordato, a proposito della recente tragedia nelle acque del Mediterraneo,gianni_morandi che anche noi abbiamo conosciuto l’emigrazione. Se mai l’unico ‘rimprovero’ che si poteva fare a Morandi era il verbo al passato, insomma pure oggi migriamo eccome per disperazione e mancanza di lavoro. Detto amaramente ciò non meritava toni di contestazione, questo secondo me è al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma quel che ha superato il livello di guardia dell’orrore di certi commenti che francamente faccio fatica perfino a riportare. Salvini forse impallidirebbe.

Oltre i problemi e i punti di vista, insomma, leggere certe frasi è come immergersi in un’umanità smarrita, devastata, praticamente bestiale se non offendesse le bestie.

D’altra parte c’è pure Donatella Versace, che non ho mai capito se è stilista o sorella di uno stilista morto ed ereditiera di quel patrimonio di nome e talento, che si scaglia contro Giorgio Armani il quale a suo dire vestirebbe zoccole.

Il trash in confronto è merce di una purezza ineguagliabile.

A ragione o a torto (affare squisitamente loro) la Versace di bocca colorita contro Armani molto danno non fa, credo. GA immagino abbia armi a sufficienza per scrollare le spalle e andare avanti serenamente.

Il pugno nello stomaco arriva dai binari paralleli. Corrono entrambe le notizie. Una di allucinante degrado culturale, emotivo, spirituale o come volete chiamarlo e l’altra di bassissima grazia presumibilmente per visibilità, posizioni di mercato, interessi e bla bla vari.

donatella_versaceAccidenti. Se Donatella Versace fosse impegnata ad ospitare qualche poveraccio in difficoltà non avrebbe tempo, voglia ed energie per occuparsi di Giorgio Armani e della relativa clientela. Se a Gianni Morandi invece di scaricare addosso la furia di egoismo, razzismo o ferocia si prestasse una lettura più aperta, sentimentale e virtuosa molti avrebbero le ali ai piedi.

Che dire? Misurare gli insulti sarebbe fatto di stile ed educazione. Ma qui c’è altro. C’è un gusto pericoloso, patetico, straziante per il proprio piccolo orizzonte. Nulla più che assomigli a valori belli e solidi. Nulla più da ammirare. Nulla più da rispettare. E una bagarre di eventi, vicende, cronache, situazioni che si contendono la scena come se fossero sullo stesso piano, avessero la stessa importanza, meritassero la stessa attenzione.

Già, alludo anche a questo, in tema di giornali e pagine personali e condivisioni e argomenti top e like e giù di lì.

Non sono io a mescolare il diavolo e l’acqua santa, a mettere insieme pipì e champagne e via di questo passo. E’ lui, il web, il nostro specchio, la nostra ombra, la proiezione della nostra idiozia.

Chi di cattiveria ferisce di cattiveria dovrebbe perire. Che faccio, ci spero?

Irene Spagnuolo

Caro Diego Dalla Palma: la bellezza della ‘povertà’…

Caro Diego Dalla Palma: la bellezza della ‘povertà’…

18 aprile 2015 | , , , , , , , , , , , ,

DiegoDallaPalmaDiego Dalla Palma, ho letto quello che hai scritto sulla tua pagina facebook, la tua non quella di Diego Dalla Palma make up…

Di fronte all’ottusità di chi continua a vivere di sfarzi, di giornate effimere, di superficialità, di retorica e di egoismi si consuma il dramma di gente disperata, di bambini rapiti, massacrati e privati dei sogni. Così hai deciso di vendere i tuoi immobili, di vivere più modestamente con parte del ricavato e destinare l’altra a strutture o iniziative che aiutino orfani, giovani madri, vecchi in condizioni di bisogno, malati e profughi. Lanci l’appello affinché legali, commercialisti e associazioni ti supportino nell’intento.

Più che apprezzare capisco la volontà. In realtà non ho mai davvero compreso cosa se ne facciano i ricchi della ricchezza, i belli della bellezza, i fortunati della fortuna, se non trovano un po’ di equilibrio nell’armonia con il resto del mondo. Certo non è dato a pochi di sollevare le sorti dell’umanità intera ma sappiamo tutti, bene, che ci sono esistenze di sfrenato benessere che tengono le distanze da sacche enormi di sofferenza e indigenza e questo fa rabbrividire di orrore.

Rose_Guy_Green_Mirror-largeIl vero make up dovremmo farlo all’anima. Proprio così. Non so cosa ne penseranno le tue clienti e le estimatrici dei tanti prodotti, metodi, consigli estetici. Francamente me ne infischierei se non fosse che, forse, qualcuno già insinua che un buon proposito celi una qualche forma di promozione.

Potresti essere poco o troppo credibile, questo è il punto.

Esserlo poco tutto sommato potrebbe anche non nuocere ad alcuno e non nuocere te, se vai avanti con determinazione sulla tua strada. Esserlo troppo è più indigesto. Già. Fare atti di bella e, mi piacerebbe dire, naturale umanità sulla base di certe tue riflessioni si concilia con il culto dell’immagine?

Sai, a ridare valore alla vita, ai sentimenti, alla giustizia, allo spirito invece che al corpo, si finisce per dare un deciso colpo di spugna ai rossetti, agli smalti e agli ombretti.

Ma no, non è una battaglia fanatica. E’ un istinto. Semplice e liberatorio. Quanto più ci riconciliamo con il senso del nostro breve viaggio sulla terra tanto più ci disfiamo di ciò che è inutile e ingombrante. Quando impariamo a gioire d’altro non perdiamo un solo secondo a rimirarci allo specchio, caro Diego Dalla Palma. Ci prendiamo cura di noi in tutt’altra maniera, davvero.

E allora chissà. Chissà cosa succederà. A tutti quelli che seguono la tua pagina fb, a quelli cui la notizia rimbalzerà per altre vie, a quelli che ti identificano come ‘il profeta del make up made in Italy’, a quelli che acquistano i tuoi fantastici prodotti per capelli, viso, corpo.

Magari hai già messo in conto tutto. Tipo impennata o crollo di interesse, per esempio. Oppure come me stai a guardare, con curiosità, apprensione o speranza. Il tempo darà risposte, credo.

Intanto non posso che augurarmi un felice esito del tuo progetto. Di vita e di aiuto al prossimo.

Irene Spagnuolo

Il made in Italy extracomunitario

Il made in Italy extracomunitario

23 febbraio 2015 | , , , , , , , , , ,

extracomunitari_made_in_italyCi sono aziende che alla faccia del made in Italy vanno a produrre all’estero. Alcune perché cercano più lauti profitti, altre perché in Patria sono strozzate dai balzelli e dalla burocrazia.

Insomma il made in Italy rischia ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, di prendere il volo.

Ma se anche le prime prendessero onestamente ad accontentarsi e le seconde fossero sorrette da un regime fiscale più clemente, il made in Italy sarebbe comunque seriamente compromesso. Sarebbe o è? Forse lo è già, infatti. E se uso il condizionale è solo per una sottile, piccola speranza. Quasi a negare la tremenda realtà.

Dove c’è da mettere le mani –e nel made in Italy c’è da mettere le mani- lavorano gli extracomunitari. Quelli lì, si, quelli che qualcuno ha in astio e vorrebbe cacciare. Quelli che arrivano da lontano, si rimboccano le maniche e imparano a fare il nostro gorgonzola, il nostro grana padano, il nostro vino d.o.c. e via via lungo quella quantità di prodotti eccezionali che la nostra storia ci ha lasciato in eredità.

Ora mi chiedo…non è che qualcuno ha la brillante quanto idiota convinzione che basti tenere la testa della ricetta?

Intanto chi sa fare ha le gambe lunghe e il cervello fino quindi non è che ci sta, a farsi prendere per il naso in eterno. Poi, diciamolo, quale testa resterà di questo passo? La memoria geniale muore e il resto non cresce. Perché, sia chiaro, la mente governa fin tanto che il corpo sta al passo. E la mente ha bisogno di toccare, altro che talento, scuole alte, scrivanie comode.

Per ‘riprendere’ il made in Italy occorre ritrovare la dignità. Che se vogliamo, sempre e comunque fa rima con umiltà e coscienza.

Irene Spagnuolo

I soldi e la felicità

I soldi e la felicità

9 dicembre 2014 | , , , , , , ,

stati d'animo_cavezI soldi, quelli che non danno la felicità ma fanno venire la vista ai ciechi, serviranno prima o poi alle cure di disintossicazione. C’è da augurarlo. A tutti quelli, che oltre ogni limite di comprensibile benessere, ne hanno fatto una malattia.

Potere e ricchezza, il fulcro della disfatta. Per gli altri. Che quelli che ci sguazzano dentro, la vita se la godono. Senza neanche incubi di notte. Per le ruberie, le ingiustizie, le evasioni, le truffe.

Marci e corrotti. E d’altra parte gli siamo andati tutti dietro. A questo barbaro ‘sistema’ senza morale e senza cultura. Già, senza cultura. Perché in fondo è tutto lì. Se ha smanie di conoscenza, musica, arte, teatro, letteratura non metti su castelli, non ti importa dello yacht e fai pure a meno di pailettes per le serate di gala. Hai amore. Per le cose belle, per i sentimenti, per le condivisioni, per la natura. Dentro, hai la fiammella. Quella della curiosità, delle emozioni, perfino della tua integrità. Se invece punti tutto su rolex e dintorni ti interessa solo avere il conto corrente bello gonfio.

D’accordo, pure questa è generalizzazione. Pure questa è semplificazione. Pure questo è parere del tutto arbitrario.

Lo ammetto, se volete. Provate il contrario e sarò ben lieta di accogliere le eccezioni. Chi mette le mani in pasta e accumula alla faccia di tutti ha il pelo sullo stomaco, se ne infischia della poesia, monetizza qualsiasi cosa.

Che poi siano davvero felici resta da dimostrare, lo so. Magari sono sempre nervosi, insoddisfatti, mangiati dall’invidia, inseguiti da qualche paura. Devono guardarsi le spalle quindi non hanno amici e partner fedeli. Hanno il cervello in fumo per conti, strategie, equilibrismi, affari.

Intanto però fanno quello che, scioccamente, consideriamo un’esistenza al top: agi a gogò, jet privato, champagne a fiumi. Sniffate di coca e sesso a pagamento, a tutte le ore. Cosa ci sia di tanto allegro ed entusiasmante non mi è dato capirlo, resta il fatto che a considerarli furbi e privilegiati sono ancora in molti…

Sarà la stupidata del secolo eppure sono convinta che se iniziassimo a considerarli per quello che sono ovvero ladri, miseri di spirito, crudeli sfruttatori e insensibili della peggior specie metteremmo un’enorme pietra tombale sulla loro gloria, sul loro successo e sulla loro soddisfazione.

Diciamolo, certi pruriti sono alimentati dalla ‘considerazione sociale’, dall’appeal esercitato su donne o uomini, dal sottile piacere di sentirsi ammirati e ambiti. Se gli togliessimo il piedistallo da sotto i piedi e li guardassimo con tutto lo sdegno che meritano abbasserebbero le ali. E, chissà, tornerebbero magari a una dimensione umana.

Io lo faccio. E voi?

Irene Spagnuolo

Sesso on line

Sesso on line

22 novembre 2014 | , , , , , , ,

sesso_on_lineE’ ciclico. Non il sesso, lo scoop. Il grido di allarme, insomma. La verità è che da anni il sesso, non solo on line, è diventato una sorta di misuratore della cultura e della salute sociale. In un certo senso è normalissimo, ne fa parte a pieno titolo, come espressione della mentalità, delle tendenze, del concetto scivoloso di ‘libertà’ o di quello –ancora più delicato e tortuoso- di morale.

Ma sul grido bisogna intendersi.

Normalmente è lanciato non perché si registra chissà quale fenomeno dopo chissà quale studio. Talvolta è il classico polverone. Altre volte è un espediente per attirare attenzione. Qualche volta ancora si muove su un caso, più o meno eclatante, per tessere tutta una trama di considerazioni, pericoli, stupori, indignazioni.

Che le ragazzine barattino il corpo con un cellulare, tanto per fare un esempio, non è una novità. Che la soglia di percezione della bellezza o della gioia passi dalla conquista di sguardi lascivi, di advances di adulti possibilmente vip, di prodezze erotiche è altrettanto noto. Che i social network siano spesso una carrellata di selfie provocanti anche.

Il sesso on line per la giovane età –e forse, chissà, pure per quella adulta- è la panacea per tutti i mali. Conquisto quindi gongolo. Faccio godere quindi godo. Non corro i rischi del tete a tete reale quindi sono al sicuro. Sto su internet quindi nessuno lo sa. Che poi tutto questo possa essere terribile è altra storia. Anzi. Il punto è proprio questo. Guardarci dentro davvero, a questa via disperata del sesso on line.

E sarebbe il caso di farlo seriamente. Non con gli scoop. Andando a scovare cosa non funziona nei modelli del nostro tempo, nell’educazione, nei rapporti umani completamente in tilt. E pure nel sesso vissuto senza pelle, accidenti. Con coraggio, ovviamente. Perché bisogna partire dalla voglia di sapere e capire. Allora bisogna ammettere, da una parte, la voglia di sesso, dall’altra l’assenza o la carenza di una relazione piena, profonda e importante tra le persone, tra genitori e figli, tra docenti e allievi, tra adulti e giovani.

Ecco, tolte le patologie o le situazioni estreme di qualche peculiare disagio, il sesso dovrebbe essere un sereno momento della natura della vita. O no?

Irene Spagnuolo

La scuola più bella del mondo

La scuola più bella del mondo

15 novembre 2014 | , , , , , , , , , , ,

La scuola più bella del mondo: un ottimo motivo per andare al cinema. Che Luca Miniero non sbaglia un colpo. Con la sua ironia e la suala_scuola_più_bella_del_mondo sensibilità. Il film arriva, da Nord a Sud, come una deliziosa e potente riflessione sulla scuola, sull’incontro, sull’impegno, sui sogni, sulla vita. Sul cammino che abbiamo smesso di fare e dovremmo urgentemente riprendere.

Il film fotografa la realtà, le differenze e i disagi. Una scuola toscana e una campana hanno l’occasione per mescolarsi e confrontarsi, per ritrovare il filo dei sentimenti, della buona volontà, dei traguardi possibili. Anche di capire cosa conta davvero e quanti freni siano da allentare per toccare la verità.

La comicità è la chiave migliore per veicolare uno scossone e una speranza. Per puntare il dito con buon senso e con il desiderio di accendere una luce. Ed è il filone giusto per smascherare con grazia il malcostume, svelare con brio quanta arretratezza possiamo colmare con la nostra disponibilità e la nostra determinazione, quanto ‘fare bene quello che facciamo’ sia il punto di partenza di tutto.

Il cast eccellente ha fatto il resto. Tutti hanno colto perfettamente lo spirito della trama e hanno enfatizzato al massimo la mission del loro ruolo. Interpreti ideali di una commedia brillante e intensa, di significati, sfumature e risvolti, Rocco Papaleo e Christian De Sica sono magnificamente supportati dalla recitazione di Angela Finocchiaro, Lello Arena, Miriam Leone e l’intera banda.

Bella fotografia, belle musiche, ritmo coinvolgente e un giusto equilibrio tra scene esilaranti, riferimenti sferzanti all’attualità, aspetti romantici.

Una piccola grande lezione, quella de La scuola più bella del mondo. In un Paese alla deriva, umana e culturale, arte e cinema possono svegliare animi e cervelli, aprire porte, stimolare pensieri. In fondo il film punta sul materiale umano della scuola (che metaforicamente è la strada della ricchezza e della crescita individuale e sociale): alunni e professori. Quelli che alla crisi, invece di arrendersi, possono opporre l’unica resistenza e controspinta che ha chances di vittoria. Già, si può sopravvivere senza carta igienica o con i computer rotti… se teniamo saldi i valori dello studio, dello scambio, del merito, dei desideri. Se impariamo a conoscere, a capire, ad amare. Se ci assumiamo la responsabilità di un cambiamento.

Non è una favola. Anzi. E’ uno spaccato –a tratti impietoso- della nostra società ma contiene gli elementi giusti per metterci spalle al muro e farci guardare avanti, con una grinta serena e costruttiva.

Un film che non si racconta. E’ da vedere e godere.

L’umorismo aiuta, molto. Ma dal grande schermo questa volta piovono anche emozioni. Un mix di impatto speciale.

Io ce l’ho profumato

Io ce l’ho profumato

5 novembre 2014 | , , , , , , , , , , ,

Allora -negli anni ’80- era l’alito. Grazie a Mental, diceva lo spot.alito_profumato_mental

Così, più ci penso più torno lì, agli anni ’80. Con la musica, i vestiti, le atmosfere. Che i ricordi, è vero, fanno sempre tutto un po’ più bello. Però se tornano in mente loro e non i ’90 o i 2000 un motivo ci sarà. Anzi, molti motivi ci saranno. E uno li abbraccia tutti: lo spirito. Non il mio, quello collettivo.

Già, per creare, sorridere, sperare ci vuole quello. E uno spazio davanti, insomma un panorama, una libertà, un orizzonte aperto.

Mi vengono in mente i corsi e i ricorsi, il fondo e la risalita, le svolte e i nuovi traguardi. Tutta roba cui mi aggrappo, credo, per potermi mettere in attesa di qualcosa che assomigli a quei mitici anni ’80. Medito anche sui contro, sui risvolti, sulle bugie e sulle apparenze perché talvolta bisogna pur smascherare e sfatare la memoria troppo poetica. Il guaio è che in realtà so bene che non c’è revival che tenga e che a luccicare non è mai solo l’oro però sono frastornata da quest’epoca senza carattere. Tutto qui, forse. Che certo non è poco.

Perfino la crisi stenta a esplodere rumorosamente. Niente è clamoroso. Non c’è più una notizia strepitosa. Siamo appiattiti da un pensiero talmente debole che rende precaria anche la rabbia. La cultura è sfibrata, come i capelli maltrattati. I colori accesi, il volume alle stelle non ci sorprendono più. Strabuzziamo gli o imprechiamo e, nel secondo successivo, siamo altrove. Distanti più o meno alla luce pure da noi stessi. Si, da noi stessi. Quelli conformi, quelli inadeguati, quelli soli in compagnia, quelli persi dietro un’utopia. Senza coraggio e senza i desideri, straordinari, che hanno rivoluzionato il mondo.

Io ce l’ho profumato. Il sogno nel cassetto. Ma è solo un sacchettino con dentro un’essenza buona.

Che sia gay e non giochi a calcio

Che sia gay e non giochi a calcio

7 ottobre 2014 | , , , , , , ,

calcioDai piccoli maschi che hanno bisogno di essere o dichiararsi macho eterosessuali per sentirsi uomini alle sentinelle in piedi a quelli che si aggrappano a chissà quali paure, a chissà quale morale, a chissà quali limiti.

Mentre affondiamo, naturalmente. Una società e una cultura al collasso producono ogni genere di rigurgiti, di battaglie ‘civili’, di resistenze, di idiozie. Un po’ è un modo per sfuggire alla realtà, per prendere di mira qualcosa e chiudere gli occhi su tutto il resto. Un po’ è il peggior sintomo dell’insicurezza, dell’ignoranza, dell’insensibilità. Un po’ è la tragica deriva dell’intolleranza.

Che se non ti scagli contro i gay te la prendi con le donne, con il nord o con il sud, con gli extracomunitari, con qualche diavolo immaginario. Già. Cattiva educazione, disperazione, mania, grettezza. Di tutto di più. Balza fuori il peggio purtroppo. E la colpa è di tutti, diciamolo. Che arriviamo sempre ad occuparci troppo tardi di noi, della vita, della convivenza, delle idee. Inciampiamo nei nostri stessi incauti piedi.

Che strano Paese, che brutto tempo. Dove il calcio merita tutto e l’amore conta niente. Già, vale più una partita di un’unione. Perché ‘di fatto’ non basta, ci vuole una celebrazione. Perché chi magari alla celebrazione arriverebbe non può perché si è accoppiato con uno che porta i pantaloni come lui o la gonna come lei. Perché siamo attorcigliati su noi stessi, avvinghiati alla stupidità, alle forme, ai pregiudizi. Perché ci sta bene il trucco su tutto, stadi inclusi.

Accidenti, che desolazione.

Con questa ricchezza di pensiero altro che salvarsi dalla povertà economica, si fila dritti al disastro. Così, senza neanche provare a mettersi in salvo. Manca la voglia di verità. E il senso delle cose, della misura, delle priorità. Figuriamoci se possiamo praticare le virtù della coesione, della ragione, della libertà, del benessere, della giustizia, della bellezza!

E se il futuro fosse gay e non giocasse a calcio?

Irene Spagnuolo

Il burkini coprirà il mondo?

Il burkini coprirà il mondo?

26 settembre 2014 | , , , , , , ,

Almeno quello femminile, magari. Già, il burkini, neologismo che coniuga burka e bikini, è il costume integrale per le donne islamiche.MoS2 Template Master Potendo nuotare ma non mostrarsi la soluzione viene da una adeguata creazione di moda.

Chi lancia il burkini evidentemente ha stimato un interesse di mercato, penso.

E allora è anche probabile che il tempo sia portatore di novità, anche per il corpo e la cultura. Che insomma non è poi detto che resti lì, riservato alle fedeli di Allah.

Già. Chissà cosa ci riserva il futuro. Siamo qui a tribolare con l’integrazione, a sfoderare le insofferenze per certe rigidità religiose, a rivendicare la libertà, pure quella del nudo, poi guarda le aziende cosa ti tirano fuori. Il burkini, altro che vedo non vedo, culotte o tanga, lì è solo la fantasia a poter svelare qualcosa.

Sto correndo? No, capisco che il commercio debba badare a tutto e tutti. Incluso il fatto che le acquirenti devote alle coperture possono essere molte, moltissime. Ecco, forse sto solo riflettendo sui numeri. E potrei finire per darli se non metto un punto.

Non è proprio una novità dell’ultima ora anzi, in molte parti del mondo ha già fatto parlare, ridere e piangere. Mi chiedo, se mai, qui da noi che si dice?

Quanti burkini sono stati avvistati sulle nostre piagge o nelle nostre piscine?

Espatrio in Italia

Espatrio in Italia

16 settembre 2014 | , , , , , , , , ,

we can do itChe alla fine se non possiamo e vogliamo lasciare il nostro Paese in massa ci toccherà, mi auguro, decidere di espatriare qui. Di costruire una ‘patria’ nuova, insomma. Di fare una rivoluzione culturale, di quelle grosse. Di svoltare, con decisione e velocità.

Perché tutti hanno mille ragioni per lagnarsi, per non farcela più, per morire di crepacuore, e allora tutti possono rimboccarsi le maniche e partire. Partire verso l’Italia, quella che dovremmo vivere e invece subiamo, quella che dovremmo amare e invece odiamo, quella che dovrebbe essere sogno e invece è incubo.

In valigia occorre mettere il meglio di noi. Esattamente come quando si decide di cercare fortuna chissà dove. Perché questo è tutto. In capo al mondo tiriamo fuori l’eccellenza qui a mala pena riusciamo a tenere una condotta da sufficienza. Altrove rispettiamo le regole qui siamo abili solo a trasgredirle. Qua e là mostriamo di essere cervelli nel nostro stivale ragioniamo con i piedi.

Certo, qui ci sono i limiti, gli ostacoli, le storture, i disastri, le ingiustizie, i vizi. E’ vero, dobbiamo dare un bel colpo di reni e di spugna. Però diamolo, accidenti. Riprendiamoci la nostra Italia, costi quel che costi. Che tanto peggio di così non ci possiamo ridurre, non la possiamo ridurre. Forse qualsiasi cosa può essere meglio di questa vita senza movimento.

Già, ci serve un viaggio. Un’emigrazione. Di cuore e mani. Di desideri e progetti. Di forza e euforia. Dobbiamo raggiungere con ogni mezzo il nostro Paese. Forse non è una missione impossibile. Forse non ci vuole più coraggio di quanto non ce ne voglia a lasciarlo per andare lontano, lontano, lontano.

Cambiamolo. Cambiamoci.

Irene Spagnuolo

Italia che vai Italia che trovi

Italia che vai Italia che trovi

26 agosto 2014 | , , , , , , ,

italiaVivi al nord e non fai che sputarci sopra. Stai al sud e dici che ti soffoca. Critica, snobismo, insofferenza. Smanie in abbondanza, una dose esagerata di fottutissima maleducazione, un’inclinazione viziosa all’arroganza.

E, come se tutto questo non bastasse, l’assenza pressoché totale di voglia di conoscere davvero. Capire è un verbo che rischia l’estinzione dove le persone non hanno in testa che la cocciuta pretesa di sapere tutto a priori, per ispirazione divina o per chissà quale superiorità di natura.

Tiri fuori un campanilismo urticante appena esci dal recinto di casa tua ma nelle quattro mura schifi tutto e tutti. Il Duomo di Milano è brutto, a Palermo si che ci sono bellezze mozzafiato. Ti offrono un posto da pascià nella tua Bari ma ormai ti sei ambientato nella fredda Torino e improvvisi un impedimento doloroso. La tua Liguria è l’ottava meraviglia del mondo, altro che Sardegna, mare e spiagge inguardabili. Roma? Che sarà mai, Bergamo la batte in tutto.

Signore mio, signora mia di quali cattive sostanze fate eccessivo uso? Cosa bevete che vi obnubila il cervello?

Chissà come, da nord a sud, si scopre l’unità contro lo ‘straniero’, reo di calpestare la terra sulla quale indegnamente trascini i piedi lamentandoti.

Già, difendi il bel Paese dagli altri invece che da te stesso.

Quando fuggi poi sei tragicomico. L’erba del vicino non è più verde perché espatri ovunque e ovunque cerchi un pezzo d’Italia.

Caro connazionale datti una regolata. Pesca in te un briciolo di sana obiettività. Esistono pregi e difetti, valori e immondizie, peculiarità e cose comuni. Tutto merita un po’ del tuo approfondimento e della tua serena valutazione. E niente, davvero, merita di essere giudicato senza prove e verità.

Accidenti, ci vuole molto?

Non ti reggo praticamente più, sbrigati. Smetti di sbuffare, dire falsità, sguazzare nei pregiudizi. Usa l’intelligenza e l’onestà. Allarga le braccia e lo sguardo. I friulani non muoiono di mozzarella di bufala, i pugliesi non sono in pericolo di avvelenamento da gorgonzola. Avvicinarsi alla realtà può essere benessere, credimi. Maratea è al suo posto. Il Monte Rosa pure. Ciò che ci è dato è ammirarli e rispettarli entrambi.

L’italiano ingrato e stupido fa ammalare tutti. Curiamolo.

Irene Spagnuolo

Presi dal panico

Presi dal panico

7 agosto 2014 | , , , , , , , , , ,

Come sia andata cerco di non saperlo. La lezione, o giù di lì, di Schettino sulla gestione del panico è la notizia alla quale mi sottraggo in unconcordia attacco di ‘vigliaccheria’. Davvero. Mi manca il coraggio di leggere, capire, approfondire. Voglio fingere sia una bufala. Una di quelle atroci ironie che qualche buontempone spalma in rete, in tv, sulla carta.

Non sopporto neanche l’idea che io possa scriverne. Perché in questo Paese anche il ribrezzo fa la star e dunque sarebbe bene far scendere un silenzio così spesso da oscurarne la ‘gloria’. Che poi sia colpevole e quanto non sta a me dichiararlo ma so che esiste una giustizia penale e una giustizia morale. Per la seconda, a mio umilissimo parere, sarà sempre un pessimo esempio.

Si può discutere, certo, dell’umana paura e del panico. Dell’abbandono del pericolo e dello spirito di sopravvivenza. Ecco, sarei perfino disposta a comprenderlo, il comandante che si mette in salvo prima di tutti. Chi sono io per sbandierare il coraggio da onorare anche a costo della vita? Mi sarebbe piaciuta una lezione sul terrore, sull’egoismo naturale, sull’istinto alla fuga.

L’avrei ascoltata, indulgente e commossa.

Che in fatto di vigliaccheria c’è sempre qualcosa da imparare. Soprattutto da chi vanta esperienza. La mia codarda rimozione al confronto è una leggerezza infantile. Non ho la sua marcia, lo ammetto.

Tirando a campare

Tirando a campare

31 luglio 2014 | , , , , , , , , ,

tirando_a_campareIn una sorta di sopravvivenza più o meno collettiva, di resistenza in apnea, di distrazione quasi isterica. Così viviamo, nella nostra Italia del 2014. In attesa di ‘qualcosa’ che i credenti definirebbero miracolo e gli atei grande colpo di fortuna. Già. La provvidenza, una svolta mondiale, una botta di genio e soldi o giù di lì. Magari una magia da favola. Insomma una soluzione.

Perché nel mezzo del pantano economico e sociale la guerriglia politica è lontanissima dalla strada, dalle case, dalla gente. Ma la gente, appunto, tira a campare come se in fondo prima o poi qualcosa dovesse accadere. Qualcosa come un colpo di spugna, una nuova alba, un roseo orizzonte.

Non è che guasti un po’ di ottimismo e un sano esercizio di speranza però dal punto di vista culturale è un fenomeno davvero inquietante il cocciuto principio di attesa. Posso intravedere nel fatalismo una sorta di saggezza della vita, che in verità il destino è già scritto e, sono d’accordo, non ci mette in mano la penna per fare chissà quali correzioni. Ma stento a comprendere il vago e fumoso affidamento a chi di dovere.

E, ancor più forse, la finzione. Si, fingiamo di vivere. Di fare quello che abbiamo sempre fatto, di avere chissà cosa, di programmare come riempire il domani. ‘Ridimensionare’, l’avrete notato, è la parola d’ordine. Le vacanze si accorciano, lo shopping rimpicciolisce, l’aperitivo si dirada, la cena con gli amici si fa episodica. Però non si molla. Se ne parla lo stretto indispensabile. E non ci si incazza neanche troppo con quelli che hanno le redini in mano.

Su facebook si condivide possibile e impossibile, tranne i buchi nel portafogli. Neanche fosse vergognoso, insostenibile o illegale accidenti. Il confronto è aperto su tutto, dalla palestra all’amore alle ricette di cucina, ma guai a tirar fuori l’affanno della quarta (o della terza) settimana del mese. C’è la censura preventiva. Non di facebook, di noi stessi. Che tiriamo a campare ma siamo capaci di inventarci che non ci danno le ferie o dobbiamo stare a casa a curare il cane piuttosto che sputare il rospo e dire che mancano i quattrini per la settimana al mare.

E, d’altra parte, fino all’ultimo respiro si cercano di arginare le ‘rinunce dell’apparenza’. Possiamo digiunare tra le quattro mura domestiche ma non archiviare gli sfizi della moda.

Anzi. Se proprio non possiamo permetterceli stiamo comunque sull’onda. Chiacchieriamo di borse con le amiche, come se davvero fosse un argomento interessante, ci appassioniamo all’ultimo modello di cellulare, come se stessimo meditando l’acquisto, discutiamo di taglio e tinta di capelli, come se la parrucchiera fosse ordinaria amministrazione.

Tiriamo a campare perché ci allontaniamo dalla sincerità, dall’autenticità. Roba che finiremo per sentirci nella stessa realtà di quelli che possono tutto pure mentre affoghiamo in un mare di guai. Senza neanche la consolazione di essere uniti, solidali, liberi…liberi almeno di non mentire.

Irene Spagnuolo

La libertà misurata in soldi

La libertà misurata in soldi

5 luglio 2014 | , , , , , , ,

libertaLa libertà si può misurare in soldi. E’ una matematica di leggerezza e ricchezza, di spirito naturalmente.

Ogni volta che rinunciamo all’ennesimo capo di abbigliamento e ce ne andiamo allegramente a spasso con la nostra vecchia e cara maglietta ci sentiamo un po’ meno schiavi. Ogni volta che chiamiamo un amico con il nostro datato e funzionante cellulare fuori moda abbiamo la voce calda e brillante. Ogni volta che non avvertiamo dipendenza da qualche forma di spesa di apparenza ci spunta un largo sorriso. Ogni volta che invecchiamo senza lifting, con qualche crema in meno e qualche saggezza in più vediamo allo specchio una bellezza quasi incredibile.

Un poco alla volta il processo di affrancamento dalle assurdità esercita un effetto benefico su corpo e mente.

E quando avanza qualche spicciolo nel portafogli e possiamo finalmente pagarci una serata a teatro o al cinema, l’ingresso a un museo, il cd che desideriamo o il concerto che aspettavamo, un buon libro, una bella pianta, una gita fuori porta la cifra della nostra libertà aumenta.

Questione di opinioni, direte. Secondo me è questione di consapevolezze e sogni. Io sono consapevole di sognare una libertà possibile. E profondamente rasserenante.

Anzi. Mi permetto di credere che proprio di questo abbiamo infinitamente bisogno: di una libertà possibile.

Irene Spagnuolo