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Smanie sessuali

Smanie sessuali

18 aprile 2011 |

L’incubo della coppietta spiata è solo la punta dell’iceberg. Dall’amor di gossip erotico-sentimentale alla curiosa morbosità per tutte le storie e storielle di sesso e torbidi giochi libidinosi fino all’occhio infilato nel buco della serratura di qualche focosa camera da letto il catalogo degli esercizi da guardone è vasto. Con la scusa dell’indignazione non ci facciamo scappare la notizia e, anzi, giriamo il dito nella piaga elaborando ipotesi e sviluppi.

D’altra parte l’inclinazione al voyeurismo è favorita dal bombardamento di occasioni. I salotti buoni della tv ci sguazzano. La cronaca è piena di tormentate vicende carnali. E pure la classe politica offre grandi contributi ai voluttuosi appetiti di cosucce hard.

Peraltro abbiamo conoscenza di manifestazioni altrettanto abnormi di esibizionismo, anche del più squallido. E comunque di un’inclinazione diffusa al costume sbracato e osé.

Escludo ogni riferimento a condizioni drammaticamente morbose, a devianze che si esprimono con terribili perversioni.  Le patologiche, delicate e complesse cause psico-fisiche scatenanti certi disturbi della personalità e aberrazioni sessuali è terreno che merita ben altra sensibile attenzione e conoscenza.

Mi fermo alla smania sessuale diffusa, a quel prurito che acchiappa più tifo del calcio, a quella fregola pecoreccia che ci distrae da tutto.

Qui non si fa moralismo ipocrita, per carità. Evviva la natura e il trionfo dei sensi, il felice accoppiamento, la goduria dei brividi sulla pelle! Ma l’aspetto sociale e culturale sono altra cosa, signori. Non si può condannare il sesso ma si può osservare con qualche apprensione il fenomeno dello squilibrato delirio collettivo. Un nuovo oppio. Quello della mentalità “liberata”, forse.

Sdoganata pure la danza dei vecchi su giovani e avvenenti corpi di donzelle a caccia di un posto al sole a qualsiasi costo, non ci restano molte frontiere da sfondare in verità. Non so se la realtà supera l’immaginario erotico o viceversa ma, comunque sia, dubito sia solo un naturale istinto la fregola sovrana. Altrimenti potremmo mandare a farsi fottere (chiedo venia per i termini ma sono decisamente calzanti!) gli ideali, il raziocinio, le passioni civili, le aspirazioni artistiche, l’impegno sociale, la dedizione intellettuale. E pure i sentimenti, forse.

Secondo me questo nuovo oppio ha una funzione sfibrante, vuole irretire e sviare. Una pornografia che narcotizza il pensiero.

Ci manca solo che la dimensione del pene o la misura del reggiseno sia il moderno test di intelligenza, l’indice di capacità o adeguatezza o virtù. O che il numero di partner con i quali si è consumato appagante congiungimento sia titolo di merito per ambiziosi traguardi…

Machismo

Machismo

10 aprile 2011 |

Stregati e fregati dal machismo.

L’ostentazione di virilità è un’ossessione che ha oltrepassato i confini della schiavitù all’immagine, ai muscoli, al cliché trendy.

Quello che ha messo radici è un modello di forza della spregiudicatezza.

Dominati dal mito della ricchezza misuriamo il benessere in termini puramente economici e di potere: il successo è direttamente proporzionale alla capacità di acquisto, alla notorietà, alla possibilità di accesso al jet set. Viviamo in una debosciata “cultura sociale” che ha sconvolto tutti i parametri che combinavano armonicamente umanità e civiltà.

Le risorse intellettuali e spirituali sono quasi appendici inutili, noiose, ingombranti. Non siamo affascinati dalla sapienza, dal coraggio, dalle virtù morali. A noi attizza il privilegio della libertà di eccessi. L’uomo vincente non è quello retto, capace e generoso ma il facoltoso disinibito e audace.

Il rampante può infrangere regole, sciupare femmine, oltraggiare il pudore, ignorare il bene comune. E può perché è sostenuto dal consenso, dalla comprensione, dal rispetto. Nella peggiore delle ipotesi è invidiato con un pizzico di rabbia ma nella migliore è riverito e emulato.

Ma questa, signori, non è questione senza drammatiche conseguenze. E’ un cieco errore di superficialità sciatta e pericolosa. Il vero effetto devastante l’ha esercitato sul piano della percezione dei principi di “qualità”, di quelli che si ritengono essenziali alla coesione e alla crescita e di quelli che meritano lo slancio della dedizione.

Il vecchio che si diverte con le ragazzine, accidenti, è un esempio di naturale mascolinità! Allo stesso modo, signori, consideriamo il grande evasore un furbo più che un delinquente. E, parimenti, siamo disponibili a tollerare l’abietta corruzione, la smania di predominio, la sleale concorrenza, la pratica delle ingiuste scorciatoie. E perfino a considerare quasi logico e inevitabile la contiguità  con la malavita.

In nome della prosperità siamo insomma portati a credere tutto possibile, ammissibile, giustificabile. Anzi, il macho è un eroe di scaltrezza, di impudenza, di intraprendenza! Guadagna comando, copertine, denari e questo lo rende uomo “arrivato” e ambito.

Se qualche volta ci inalberiamo un po’ è solo perché siamo volpi che non arrivano all’uva. Così dicono i machi e i loro strenui sostenitori.

In verità di fronte al machismo mi scapperebbe quasi un sorriso di compassione ma non posso indulgere in simili tenerezze, sta facendo letteralmente tabula rasa di tutte le nostre energie intellettuali, della nostra sensibilità, del nostro bagaglio etico. Del senso semplice e autentico della nostra esistenza.

Io temo che l’anima ormai atrofizzata da questa barbarie ci giocherà presto lo scherzo atroce del boomerang. Non so se prenderà in pieno viso pure loro, gli affetti da machismo e i loro anelanti seguaci, ma credo che prima o poi i nodi arrivino al pettine, che i nervi a fior di pelle scattino brutalmente, che la natura e la vita ci riportino in una dimensione di principi felicemente sostenibili.

Le banche in spot

Le banche in spot

5 aprile 2011 |

Altro che strizzare l’occhio. Fanno sognare. Pubblicità invitanti, calde e affettuose.

Porte spalancate, caldi abbracci, sorrisi a profusione, disponibilità assoluta.

Banche amiche, banche amanti, banche mamme.

Toni mielosi su melodie rasserenanti propongono e promettono orizzonti felici.

Sembra che possano piovere soldi e comprensione su tutti noi!

Roba da non credere, ovviamente.

Non che siano mai esistite banche su misura per poveri ma oggi meno che mai oserei immaginarne. E, se mai, tutto questo fiorire di spot accattivanti, è un pessimo segnale. Mala tempora currunt. Hanno bisogno di denari e non solo. Hanno bisogno di clienti, di movimenti. I numeri sono importanti, accidenti. Quasi rimpiangono tutti i cattivi clienti che hanno cacciato malamente, quelli che hanno strozzato, quelli che si sono lasciati rubare dalla concorrenza. Perché quelli facevano operazioni, erano colli attorno ai quali stringere il cappio, portavano acqua al loro livello di posizioni creditizie. Ora rischiano di avere un volume finanziario da banchetta di infimo ordine. Ora hanno personale in esubero. Ora hanno grandi sedi inutili. Ora non possono più maneggiare e manipolare cifre su cifre.

Fanno capolino in video nella speranza di riguadagnare terreno, di irretire qualcuno, di tornare a fare affari di carta. Ma un ceto medio in ginocchio non è un generoso serbatoio di risorse. Non credo si possano creare code di uomini e donne ansiosi di aprire libretti di risparmio, di investire, di accedere a qualche fondo di accantonamento. Quelli che, ammaliati dalla reclame, dovessero correre in uno dei prestigiosi istituti che predicano bontà lo farebbero ancora e unicamente per chiedere aiuto, per avere liquidità insomma. Pensate che le banche degli spot sarebbero lì ad accoglierli con il cuore in mano? Calerebbero le braghe, metterebbero da parte la cautela?

Io ho la sensazione che siano ferree, selettive e spilorce. Non mi spiego quelle pubblicità così romantiche e caritatevoli.

D’altra parte so che larga parte dei consumi e della vita più o meno reale del mercato dipendeva, e dipende, dal ricorso a quella bombola di ossigeno dei prestiti, delle carte di credito e dintorni. Se la ruota non gira il flop si avvicina più velocemente, capisco. Può darsi che il panorama idilliaco di un luogo di incontro tra bisogni e risposte prodighe serva a spremere quel residuo di forza sociale che ha ancora qualche possibilità di accesso al credito e al circuito bancario. Un modo per tenere in moto, almeno al minimo, il sistema.

Eppure non riesco a non scrollare tristemente il capo di fronte a un battage tragicomico.

Mi sfugge qualcosa?

The business must go on

The business must go on

3 aprile 2011 |

I nuovi morbidi tubetti delle pomate, i flaconi di gocce con tappo di sicurezza, le comode preparazioni in bustine monodose, i blister di pillole confezionate singolarmente, i piccoli spray a misura di borsetta e altre ancora più avanzate forme di presentazione dei farmaci, al di là delle necessarie o preferibili modalità di somministrazione per ragioni quindi terapeutiche, di facilità o velocità di assorbimento,  sono realizzate idealmente per garantire uso e assunzione agevoli, in verità poi per essere attraenti quanto una crema di bellezza, un succo prelibato, una gradevole caramella. Per indurre leggerezza all’approccio, per determinare un rapporto psicologico favorevole con la dipendenza dalla medicina insomma.

Il panorama dei farmaci da banco è sconfinato, gode di una pubblicità ammiccante che promette miracoli, eccelle in estetica delle soluzioni.

Ma questa, credo, è già storia nota.

La novità in tempi di crisi, laddove non sono contemplate riduzioni di profitto ma le possibilità di acquisto di medicinali e dintorni sono largamente diminuite, è l’involucro pacco ovvero l’imbroglio sulla quantità. Prezzo invariato ma dose di panacea drasticamente tagliata.

Arrivi quasi a capire perché fanno il tubetto morbido, perché il vetro del flacone è scuro e tappezzato quasi interamente di etichette, perché il contenitore è immensamente sproporzionato rispetto al numero di pillole che offre.

Lo scatolino delle salutari meraviglie avrebbe una capienza almeno doppia di quella che effettivamente ti balza agli occhi quando lo apri. Costa come un anno fa ma dura la metà, ecco.

I mostri del mercato sanno bene come rifilare il bidone. Giocano sulla sottile leva della diluizione, non del farmaco, ma della spesa! Spendi più spesso perché i balsami del benessere finiscono in fretta ma ti accorgi meno dolorosamente del salasso…

Dobbiamo considerarla una piccola beffa rispetto alla dubbia efficacia che potremmo scoprire indagando sulle promesse portentose di alcuni medicinali. E infatti dovrei apprestarmi ad affilare i coltelli più che altro per l’appuntamento con la truffa delle promesse impossibili oltre che idiote.

Comunque anche un escamotage così peloso è chiaro sintomo di un cinismo affaristico forsennato che presumo abbia ormai messo radici profondissime nel nostro costume. Prelevare un campione di tessuto più o meno umano da questi giganti dell’economia e farlo esaminare in laboratorio potrebbe riservarci la sconvolgente conferma di un processo inarrestabile di ossessione finanziaria.

Insulto libero

Insulto libero

2 aprile 2011 |

Sebbene alle nostre latitudini sia pratica sconveniente, il rutto libero tra giovani goliardi dopo generose libagioni è quasi una trasgressione simpatica. Non può dirsi altrettanto dell’indecenza verbale di “onorevoli” signori nel pieno svolgimento delle loro pubbliche funzioni.

Sdoganato da Beppe Grillo con il V day pure i suoi nemici e detrattori lo fanno ora trionfare a squarciagola. Te c’hanno mai mannato a quel paese di Alberto Sordi è un antenato elegante e illustre del più triviale invito che ha colpito il cuore delle istituzioni.

Ovviamente lo sprezzo della forma e dell’educazione la dice lunga sull’assenza di rispetto per il popolo e per il Paese che persone e luoghi rappresentano o dovrebbero rappresentare. D’altra parte questo non meraviglia, non potremmo aspettarci molto di più dal nostro grottesco contesto politico. Quello che mi sconcerta è che non c’è goccia che faccia traboccare il vaso, sopportiamo tutto, in un’inerzia che traduce tutto il nostro imbarazzante degrado culturale.

Certi scivoloni, si dirà, sono anche la prova di una tensione ingestibile e di un tessuto ormai sfibrato. Ma la verità è che Intemperanze e incontinenze sono manifestazioni di un costume scabroso, irriguardoso, superbo. Il problema non sono le drammatiche pressioni. Anzi. Queste dovrebbero, se mai, generare qualche onesta illuminazione. Macché. Siamo all’insolenza del potere che non sente vincoli di decenza, limiti di ragionevolezza, obblighi di onestà.

Ho tanta voglia di indirizzare l’insulto clou di questi giorni a tutti, a destra e a manca. Giusto perché sia chiaro che mi risulta difficile accusare qualcuno e assolvere gli altri.

Ma il v day appunto non sarebbe più originale. Devo trovare metodi alternativi e decisamente, o rudemente, efficaci per rimandare lo sprezzo al mittente. Magari con lo scatto micidiale di una catapulta. Perché i mezzi soavi, quelli che una volta genialmente (mi sia concesso un lampo di immodestia) mi venne da definire supposte d’autore, temo siano troppo delicati, nobili e dotti per essere colti da una cricca di zoticoni.

Ho sempre odiato le vie cruente, accidenti. Eppure ora mi prudono assai le mani. Devo preoccuparmi del moto rivoluzionario che monta dentro di me come se avessi ingurgitato una tonnellata di lievito?

Vamos a la playa

Vamos a la playa

27 marzo 2011 |

Agli italiani togli tutto ma non toccare le vacanze.

E’ il tormentone che ripetiamo da molti anni. E, lo sappiamo bene, non è questione di risorse economiche ma di vera e propria resistenza culturale.

Naturalmente in tempi di crisi e di riflessioni sociali e filosofiche di ampio respiro, l’intellettuale medio prenota la villeggiatura adducendo giustificazioni di forbito livello concettuale: chiama in causa la fame di conoscenza, l’amor di esplorazione, il bisogno di confrontarsi con nuove realtà e civiltà. Quello che sbarca appena il lunario e vola in un esotico villaggio all inclusive completamente finanziato con formula rimborsabile in comode rate sbandiera l’agognata partenza come l’unica inviolabile soddisfazione in un anno di vita grama.

Comunque sia, archiviata la neve e le settimane bianche, immusoniti da un 2011 parco di ponti primaverili, tra un tour e l’altro sotto la lampada abbronzante nell’ansia di togliere il cappotto e non mostrare troppi centimetri di pallore, la prospettiva delle vacanze stuzzica già fantasie e desideri.

Vamos a la playa, cantavano i Righeira nel lontano 1983, con un ritmo fresco e allegro che quasi la faceva passare per una canzonetta leggera. In verità Vamos a la playa evocava scenari tragici e faceva già i conti con rischi e paure del nucleare: “la bomba è esplosa arrosto di radiazioni e sfumatura di blu, il vento radioattivo capelli arruffati…”

D’altra parte nello stesso anno spopolava pure il Gruppo Italiano con Tropicana il cui testo, nello stesso ritmo coinvolgente e frizzante, faceva rabbrividire: “l’esplosione e poi, dolce dolce un’abbronzatura atomica, tra la musica dolce dolce tutto andava giù, mentre la tivù diceva mentre la tivù cantava, l’uragano travolgeva il bungalow noi stavamo lì dimmi dimmi non ti senti come al cinema?”

E’ evidente quanto fossero forti e chiari i messaggi. Ma temo che a noi piaccia di più ricordare l’energia ballabile della musica. Noi vogliamo negare, sempre. L’emergenza, l’errore, la mostruosità. Rivendichiamo il diritto a goderci quello che ci pare come ci pare. Talvolta vestendo pure i panni della saggezza. Si, perché riusciamo pure a sostenere che da minuscoli e insignificanti puntini dell’universo spazio-temporale non ci è dato che sollazzarci con qualche gustoso boccone di vita.

Insomma non vi è ragione di fermarsi, di pensare a quello che abbiamo distrutto, a che diavolo ci siamo venduti, cosa ci ostiniamo a non rispettare, quanto ci perdiamo, da quale follia siamo pervasi e quante meravigliose zolle di umanità e natura calpestiamo.

Ci fanno quasi un favore a imbottirci di sciocchezze, a stringerci nella morsa della corsa, ad annebbiarci la vista, a stordirci di rumore. Almeno così possiamo stringere un’alleanza perfetta con l’agenzia viaggi. Costi quello che costi.

Guai ad accumulare rimpianti per vacanze non fatte e mai una volta che maturi il rimorso per quelle alle quali non abbiamo rinunciato…

E neanche per le volte che abbiamo preferito chissà quale costa purché non fosse quella patria, ovviamente. Ma questo è un altro tormentone, lo rinviamo a un’altra puntata.

Comunque potete stare tranquilli. Nonostante guerre, catastrofi naturali e nefaste opere dell’uomo i tour operator lavorano per voi: sono già pronte mete alternative, nuove location trendy con tutti i comfort di un pacchetto turistico degno delle vostre aspettative. Attenzione solo alle assicurazioni: forse non coprono i danni che ci ostiniamo a chiamare imprevedibili…

Quanto rende la malattia

Quanto rende la malattia

23 marzo 2011 |

Il riferimento è a malattie potenzialmente letali, a terribili patologie croniche, a mali che costringono a dolorose e faticose cure.

E’ impossibile fare una graduatoria di dolore, sgomento, rabbia, tristezza, paura. Per me sono soprattutto storie umane di disperazione, di coraggio, di speranza, di prostrazione. Ma purtroppo esiste un ordine di priorità, di importanza, di privilegio.

Per certe malattie si attivano iniziative di ricerca, grandi campagne di raccolta fondi, gare di solidarietà, squadre di volontari dell’assistenza. Altre malattie sono sotterrate dal silenzio.

Ho cercato di credere fosse questione di numeri. O di naturale istinto.

Però i conti non tornano. La realtà è più dura, insomma.

Perché i numeri pesano e l’istinto pure ma la loro combinazione è ingegnosamente manipolata dai signori del mercato, dagli interessi dell’industria della scienza, dal cinismo che sfrutta sofferenza e debolezza. E’ business.

C’è un sottile, osceno studio di convenienza e proficuità delle malattie. Ecco che anche la sensibilizzazione diventa parola urticante perché quello che ci deve vedere comprensivi, emotivamente partecipi, economicamente o culturalmente disponibili è quel male che remunera investimenti, produzioni, applicazioni, terapie.

Odioso, angosciante spazio questo.

Là dove ci sono farmaci e medicamenti che ingrassano gli ingranaggi, là c’è una malattia degna di rilevanza sociale ovvero, innanzi tutto, di considerazione umana e culturale. Così scattano anche la nostra attenzione, la nostra compassione, il nostro rispetto per chi è affetto da quella malattia. Da lì origina la forza di sentirci degni di aiuto, riguardo, tolleranza se ne siamo direttamente colpiti. Per quel generale riconoscimento gli affetti famigliari possono non ritenersi soli e trovano il coraggio di lottare e cercare sostegno.

E’ un perverso meccanismo. Perché è vero che asseconda i numeri e gli istinti ma è altrettanto vero che li lusinga, li manovra, li utilizza fino ad abusarne. E perché non è un processo “giusto”, legge i numeri e coglie gli istinti secondo parametri assolutamente economici e non amorevoli, buoni, altruisti. D’altra parte tutto il pernicioso squallore degli affaristi delle medicine ha inventato malattie, gonfiato allarmi, indotto dipendenze. E non solo.

Le malattie ai margini della benevolenza collettiva sono dunque solitamente quelle poco allettanti per la strategia imprenditoriale. Non è un caso che lo siano le malattie mentali, così difficili, così scivolose…e complicate da pazienti spesso non collaboranti, proprio in ragione dello stato psichico.

Non svelo novità, lo so. Almeno il potere e il sistema delle case farmaceutiche ormai sono, o dovrebbero essere, noti.

Se non possiamo illuderci di affondarli mi piacerebbe potessimo almeno imparare ad avere un approccio morale diverso con tutte le forme di disagio. La speculazione sulla salute è ignobile ma è davvero spregevole anche creare il disagio dell’emarginazione, dell’indifferenza, della mancanza di rispetto per la dignità.

Se non è moto dell’anima, sia almeno logica di avvedutezza: la ruota può sempre girare…

Lascio la porta aperta, allargherò le note, entrerò nelle pieghe delle intolleranze alimentari o dei disturbi troppo “di massa” per essere del tutto credibili. Se avete suggerimenti di dibattito, accomodatevi pure.

Etica del tradimento

Etica del tradimento

20 marzo 2011 |

Prologo

L’impresa è quasi titanica perché il fedifrago è un essere odioso, falso, pavido, irrispettoso, opportunista, camaleontico…e, schiettamente, fa rivoltare lo stomaco.

Ma ci sono casi commoventi di evasioni per disperazione, ammettiamolo. E, comunque le corna sono con noi, in noi o su di noi. Comunque la pensiate, insomma, fanno parte del nostro orizzonte probabile. Come tentazione, spada di Damocle, esperienza dolorosa o squallido exploit di trasgressione.

Potessi dunque bollerei il tradimento d’infamia e chiuderei l’argomento a chiave nel ripostiglio degli umani orrori. Ma la realtà incombe e, per quanto fortunatamente non ho conoscenza diretta e personale di simile onta, non posso chiudere gli occhi e far finta di non vedere il balletto di cornuti e infedeli. La storia e la vita ce ne hanno consegnato esempi illustri, potenti, clamorosi e l’esercizio della tresca è universale, trasversale, perversamente democratico.

Troviamo vittime e carnefici tra i giovani come tra i vecchi, tra i belli e tra i brutti, nelle fila dei poveri e nei salotti dei ricchi. L’attentato alla fedeltà può sfiorare o colpire il cuore di tutti. Come una maledizione. O come un’inclinazione invincibile della natura.

Verificata quindi l’impossibilità di vincere la guerra con le corna possiamo almeno condurre una battaglia di rigore per un codice di decenza che ne attenui la villana essenza.

Scrivo serenamente perché non ho l’animo in subbuglio: non sono stata tradita o ignoro di esserlo stata, che meraviglia! E non ho neanche la patente di adultera quindi non ho polvere da nascondere sotto il tappeto o giustificazioni da cercare.

Ma non per questo mi pongo qui come maestra davanti al pubblico di allievi, per carità. Anzi! Questo codice lo scriveremo insieme, a decine, centinaia, migliaia di mani. A puntate, dibattito dopo dibattito.

Ci sarà spazio per chiunque abbia buoni consigli, illuminanti chiavi di lettura, graziosi aneddoti, speciali lezioni da offrire. Per chiunque voglia confrontarsi con questa grande avventura, non di piacere carnale ma intellettuale s’intende…

Scopriremo che potremo amplificare all’infinito le riflessioni perché il tradimento coinvolge sentimenti, relazioni, attitudini, valori. In amore, in amicizia, nei rapporti sociali. Forse ritrovarci periodicamente qui, talvolta con lievità, qualche volta con serio spessore e sempre con vivace passione e acutezza di spirito potrà portarci al compimento di un’opera preziosa per la biblioteca umana e civile collettiva.

E, lo so, faremo molto più di un vademecum di bon ton applicato alle infedeltà, affronteremo le presunte o reali differenze emotive tra metà del cielo, indagheremo impietosamente nelle pieghe delle parole, delle alleanze, degli impegni. Forse capiremo che il traditore è spesso infedele innanzi tutto a se stesso…O, chissà, che la coerenza cieca è virtù talvolta barbara.

Iniziamo, birichini e frizzanti, con una regola di stile da suggerire al fedifrago di coppia: adottare il minimo sindacale di disciplina ovvero non avviare troppi letti di trattativa, non pronunciare promesse impossibili, non pretendere troppo dall’amante di turno…

E ora meditate, fornite spunti, lanciate provocazioni.

Non solo corna in amore, ecco. La “categoria Etica del tradimento” diventerà un’autentica enciclopedia dei legami, della fiducia, dell’onestà, del coraggio!

Alla prossima puntata.

Lo sberleffo delle calorie

Lo sberleffo delle calorie

18 marzo 2011 |

Paradossalmente, ma non troppo, è nell’opulenza che si è affermato il modello acciuga.

In piena abbondanza di risorse abbiamo scoperto lo specchio e chinato il capo al diktat della magrezza. Quando non dovevamo più fare la fame per povertà abbiamo iniziato a farla per entrare nella minigonna e nel top striminzito.

D’altra parte pure le intelligenze, quelle che ancora si facevano largo grazie al cervello e non all’estetica, hanno capitolato.

Pure gli uomini, quelli che potevano permettersi i brufoli, un pelo da scimmia, le unghie sforbiciate al volo, i capelli sistemati solo dal pettine, un guardaroba classico o casual ma sempre essenziale, sono cascati nelle grinfie di estetiste, parrucchieri e stilisti.

Piacere è praticamente un bisogno incontenibile. Per tutti. 

Anche a costo di faticose sudate in palestra. O di massaggi modellanti. O di interminabili ritocchi di maquillage. O di penose guerre alle calorie, appunto.

E così pure la tradizione gastronomica fa i conti con il terrore del cuscinetto adiposo. Light e dintorni, in una tristezza qualitativa che, francamente, fa piangere il palato e non solo. Certi piatti soft sono un’offesa pure alla natura e all’arte di lavorarla per farci godere…

Il guaio è che il nostro stomaco si abitua all’assenza di emozioni e, al primo strappo, ovvero quando ci concediamo una deliziosa pietanza, finiamo per dover trangugiare digestivi, pillole antiacidità, lassativi e altre più o meno simpatiche terapie d’urto per non scoppiare. E anche l’anima, accidenti, si inaridisce.

Il pensiero si è spento, perso in incombenze mortificanti per qualsiasi umana sensibilità. Malattie, dolori, preoccupazioni, delusioni avrebbero dovuto dare a tutti almeno il senso delle proporzioni, l’ordine delle priorità, la bussola dei valori. Macché. Sembriamo tutti concentrati a “farcela” nonostante gli affanni personali. Dove, oscenamente, farcela vuol dire non mancare all’appuntamento mondano, smaltare le unghie con il colore più trendy, avere il cellulare di ultimissima generazione e avanti, in un crescendo di idiozie. Tra le quali, ovviamente, mantenere un micro peso da esibire in società. 

Ma ho l’impressione, non tanto vaga, che il sistema sia in pieno impasse, finalmente.

E adesso immagino le calorie in procinto di organizzare la più grande manifestazione della storia. Un gigantesco sberleffo! Balleranno sotto il nostro naso, svolazzeranno intorno a noi lusingandoci fino a sedurci. Dopo averle lungamente combattute, odiate, cancellate ci ritroveremo a cercare disperatamente di afferrarle.

Avremo ancora quella “maledetta” voglia di una tavolata tra affetti. Perché mentre tutto frana quella è un’oasi di serenità.

Non so se vorranno prendersi gioco fino in fondo di noi. Mostrarsi in cibi geneticamente modificati, in bestie nutrite di schifezze, in frutti insapori, sguazzanti in condimenti a dir poco nocivi,  in versioni praticamente non commestibili… Se ci volteranno le spalle per andare a soddisfare l’appetito di chi non le ha mai disprezzate. O se ci presenteranno qualche altra scioccante sorpresa.

Consiglierei di correre subito ai ripari: prima di scivolare inesorabilmente nella spiacevole beffa possiamo provare a ingraziarcele nuovamente. Magari, se mens sana in corpore sano non mente, una giusta e felice alimentazione potrebbe restituirci una naturale forma fisica e, soprattutto, una mente ancora brillante.

Pensare è bello, davvero!

L’altra faccia della tragedia

L’altra faccia della tragedia

17 marzo 2011 |

La catastrofe nipponica è immane. Basterebbe a gelare il sangue al mondo. E a dare, nel bene e nel male, una lezione straordinaria a tutti.

Avrebbe potuto inchiodarci, per dolore e sgomento. Animarci alla solidarietà. E poi indurci, finalmente, a svolte epocali.

E invece, come spesso accade nella sciagura, l’uomo civile ed evoluto del 2011 ha ancora perniciose risorse da spendere in produzioni di stupidità, grettezza, perfidia, superbia. Da quello che manovra speculazioni e operazioni di borsa, a quello che studia i possibili spazi ghiotti di un mercato da ricostruire, all’uomo che ha preso subito le misure e i rapporti tra distanze geografiche e pericolo radioattivo, a quello che ha subito dirottato il volo delle vacanze. A quello che, ancora in sprezzo della supremazia assoluta della natura, pontifica in pieno delirio di onnipotenza.

E a quello, diffuso come il rischio di contagio in tempo di peste, che tranquillo davanti allo schermo di un pc o di un televisore finge strazio e partecipazione emotiva ma ha in testa tutto, proprio tutto, tranne il bisogno e il desiderio impellenti di ritrovare il bandolo della matassa…

A me l’altra faccia della tragedia terrorizza.

E mentre seguo attimo per attimo lo strazio del Giappone mi assale l’atroce dubbio che sia tutto inutile: anche quella terribile lacerazione non riesce a riconciliarci umilmente con la vita.

Anzi.

Non solo ci improvvisiamo esperti in nucleare. Conviviamo con una assurda felicità nel fiato corto di una primitiva strafottenza. Andiamo avanti quasi come se nulla potesse davvero capovolgere il cielo. Non rammentiamo neanche che tutti dobbiamo morire, accidenti.

Questa non è una lagna sfiduciata e disfattista. Non sono io a profetizzare scenari di rovina, quello che dovrebbe scuoterci è già davanti ai nostri occhi, è nella nostra esistenza di tutti i giorni. Se mai ora vorrei solo che lo strazio di tante, troppe, stolte certezze ci aiutasse a scrivere la cronaca di un nuovo, illuminato costume.

Il coltello nel bordello

Il coltello nel bordello

13 marzo 2011 |

Tra festini e allegrezze più o meno erotiche di ragazzette e giovani donne con anziani signori sull’orlo del naturale decadimento psicofisico, la cronaca della politica conferma un costume senza tempo, raccapricciante ma esplosivamente comune.

Che sia l’avvenente badante ucraina o la fascinosa donzella nostrana l’idea dell’uomo maturo, per non dire grigio, che perde testa e patrimonio nelle ultime bavose cartucce da sparare sembra accettata come la più normale delle umane debolezze.

Nei brindisi ormonali del bordello il ricco e il potente affondano solo di più la lama del coltello, insomma possono permettersi più capricci e più sfizi: al mercato delle vacche, non me ne vogliano le vacche, più paghi più puoi acquistare, si sa.

Non mi addentro in questioni giudiziarie anche perché io non devo fare equilibrismo politico, fingere aperture di pensiero “laico e moderno”, sbandierare il garantismo, scindere le virtù pubbliche dai vizi privati e robaccia del genere quindi mi basta la dimensione morale, culturale e sociale. Rivendico il diritto del popolo sovrano a sapere tutto prima di scegliere e decidere, alla faccia della privacy che per chi ha l’ardire di occuparsi della cosa pubblica non ha alcuna ragione di esistere e di meritare tanta pelosa protezione. Voglio il voto consapevole, ecco. Ammetto le candidature a cariche politiche di prostitute, cocainomani, pornodivi, truffatori, evasori, mafiosi. Ma devo sapere che lo sono, tutto qui. Sta a me, popolo sovrano, scegliere di votarli o di dedicargli una sonora pernacchia.

Gli ometti ne escono con le ossa rotte, così proni alle manipolazioni di una bocca rifatta, di un seno ingigantito, di qualche performance hard, così pronti a dilapidare la dignità per qualche serata da finti leoni, così schiavi dell’ebbrezza del potere che sembra togliere anni, rughe e intorpidimento dei sensi. Così arroganti da liquidare affetti, amor patrio, intelligenza, storiche occasioni di orgoglio per illusioni da galletto nel pollaio.

Ma non è che le donne facciano proprio un figurone, diciamolo. Arpie, competitive, insaziabili, arrampicatrici, isteriche, spudorate: offensive della propria intelligenza e della sensibilità di tutto il genere femminile. Senza indagare “se il concupito ha il cuore libero oppure ha moglie” ma non come Bocca di Rosa, che lo faceva per passione.

Sculettate, più che spallate, per avidità, egocentrismo, smania di lustrini.

Per gli uomini è elettrizzante lo scambio di concessioni: alle donne che concedono le loro grazie concedono in lauta mancia un programma tv, un pied a terre, una poltrona di apparente comando. Alle donne basta quella briciola di affermazione per pavoneggiarsi, credere di aver in pugno il libidinoso di turno, sentirsi una spanna sopra le donne rimaste nell’ombra.

Altro che quote rosa. Orrore, orrore. Perché mai dettare regole per spianare la strada alle pari opportunità quando il merito non ha alcuna radice nelle nostre coordinate di tempo e luogo? E quando, soprattutto, le donne preferiscono le scorciatoie?

Più che un sesso forte abbiamo un forte sesso. Quasi il punto di incrocio di tutte le disgrazie, invece di tutti i gioiosi godimenti. Menti obnubilate da quel mix di istinti primordiali, sfida, brama di successo. Ma siamo sempre lì, a quel concetto di successo che ci ha ridotti a larve. Non c’è qualità, non c’è profondità. Banditi gli ideali, l’impegno civile, la fierezza del lavoro, la rettitudine, il senso di responsabilità. Sberleffi a profusione alle scienze, alle lettere, all’opera di mano. Ci sono valori più travolgenti, desideri più impellenti, ambizioni più motivanti: la forma fisica, il lusso, la copertina del giornale di gossip. Un po’ di coca e tante bollicine alcoliche.

Che succederà passata la sbornia collettiva?

Ce l’hanno tutte, anche Ruby

6 marzo 2011 |

Alludo a una borsa Louis Vuitton.

Ruby può averla acquistata, esserne in qualche modo graditissima testimonial o averla ricevuta in dono. Ma ce l’ha.

Come più o meno tutte. A occhio, per le migliaia di ragazze e donne alle quali ho notato al braccio o sulla spalla l’accessorio in questione, direi che a parte me e poche altre defezioni Louis Vuitton ha fatto il pieno…

C’è chi sfila con la griffe taroccata, d’accordo. Ma siamo ormai tutti consci che il ricco mercato si nutre anche della merce falsa. Quello che conta è la smania collettiva, la consacrazione di oggetto cult e il bisogno o il piacere di esibirlo pur fasullo che sia. Non per altro si imita e si scopiazza bellamente solo ciò che ha successo.

La borsa Louis Vuitton, negli svariati modelli in cui prende forma, potrebbe scoprirsi trasversale. Piace alla ragazzina con ansie modaiole, alla donna in carriera, alla pensionata di lusso. All’impiegata old style e alla vezzosa signorina rubacuori.

Ma, non me ne voglia la maison, l’oggetto non mi appassiona.

Torno a bomba su Ruby che compare con la sua Louis Vuitton. E quella fotografia che la immortala non solo avvicina Ruby a tutte le fan del marchio, svela la realtà. The show must go on. Che il mondo sia in subbuglio, che l’economia sia al tracollo, che società e cultura siano a brandelli sembra restare sullo sfondo o celato dietro patine dorate o confinato in sacche disperatamente sole.

Basta che non si fermi la giostra, ecco, l’ossessione diffusa pare questa.

Temo che lo spietato bluff del nostro tempo ci abbia messo nel sacco, insomma.

Ma credo che questa non sia proprio un’idea popolare: non ce l’hanno tutte, forse neanche Ruby.

C’è poco da ridere

27 febbraio 2011 | ,

Sono stanca di dosi massicce e viziose di ironia e risate.

Risparmiatemi le prediche sulla genialità illuminante dell’una e sulla bontà terapeutica delle altre, per carità. Non vorrei mettere in dubbio la delizia dell’arguzia, il diletto di una risata, l’infinita energia della loro combinazione. Anzi. Mi sconvolge proprio che non abbiano un effetto dirompente e una portata rivoluzionaria negli orizzonti perseguibili dal bene.

Accidenti, arriviamo al bene. E quindi, al male.

Perché ironia e risata hanno sdrammatizzato tutto. Di questo ho terrore e fastidio.

La comicità burlesca come la satira più feroce hanno sgonfiato la rabbia. Come se la battuta e l’ilarità avessero spostato la tragedia sul piano umano delle evenienze inevitabili. La derisione non travolge, non sradica, non induce cambiamenti. Se ridiamo le tensioni si allentano. Lo sfogo chiude la parentesi, esaurisce le reazioni a ciò che lo ha scatenato. Beffa e sghignazzata sono diventati calmanti, vie di fuga. Mettendo a tacere i nostri moti di ribellione spassandocela dietro qualche giocoliere dell’umorismo e qualche mordace castigatore di costumi ci siamo spalmati addosso una rassegnazione senza ritorno.

Questa ironia in chiave di sedativo, di distrazione di massa, di placebo mi procura stizza e sofferenza. Acuite ancor più dal ghigno dei dileggiati e degli insultati. Loro ci sguazzano nella grassa voracità di battute, nella pratica dilagante di ridurre in barzelletta ogni turpitudine, nella smania di critica pecoreccia. Non è raro, si sa, che foraggino con lauti compensi il brillante cabaret contro l’ordine costituito, le trame occulte, il mercato ladrone, la banca padrona. Altro che censura. I furbi non vietano il fucile che spara a salve.

D’altra parte è proprio in questa falsa rappresentazione della libertà che la libertà, quella vera, ha sepolto parola, vitalità, grinta.

Sappiamo bene che invece di guardare la luna ci imbamboliamo spesso sul dito puntato verso di lei. E che ci siamo rammolliti davanti allo scempio solo perché ci elargiva la giustificazione dell’impotenza e della rassegnazione. Ci siamo convinti pure a consacrare la leggerezza come arma di saggezza!

D’accordo, forse non possiamo mandare all’aria grandi disegni, complotti universali e potentissimi sistemi. E neanche, magari, inchiodare alla croce i nostri carnefici.

Ma per dignità potremmo almeno infilare qualche sassolino fastidioso negli ingranaggi, far prendere un po’ di paura ai cattivi, dimostrare che abbiamo capito la storia e che, se dobbiamo soccombere, scegliamo di farlo con consapevolezza e nella brezza di un po’ di risveglio morale.

L’indecenza della politica è la nostra indecenza. Dobbiamo stanare la nostra coscienza e farle respirare il senso della vita.

L’amore universale di Vecchioni è un ottimo stimolo. Non fatene subito una questione politica, pure questa sarebbe una gabbia. Perché dobbiamo aggiungere il pudore e la vergogna, quelli che nessun colore o schieramento può sbandierare oggi. Li abbiamo svenduti e il prezzo che dobbiamo pagare per riacquistarli è altissimo. Una sfida. Finalmente una coraggiosa sfida intellettuale. Perché abbiamo bisogno di coraggio, per smettere di abusare della risata e perché smettano di abusarne pure loro, i leader perfetti di un Paese scostumato. Amore e pudore, che meraviglia!

Finiamola dunque di archiviare l’orrore nel repertorio di qualche esilarante cabarettista.

Riprendiamoci il tempo di pensare e di agire, innanzi tutto depennando a colpi di risate dall’agenda quotidiana tutti gli impegni prestampati, quelli che sono serviti a imbottirci di illusioni per levarci dai piedi dei burattinai.