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Liberi di amare

Liberi di amare

10 dicembre 2013 | , , , , , , , ,

A me facevano tenerezza gli uomini che faticavano ad accettare l’altrui omosessualità. Trovavo fosse una fragilità, un condizionamento, amoreun limite umano.

Adesso talvolta mi fanno decisamente rabbia. Perché la debolezza è digeribile se non c’è giudizio e se ammette la libertà. Diventa assolutamente insopportabile quando diventa una condanna, un atteggiamento di sarcasmo o, peggio, di pietà.

La pietà bisognerebbe, forse, provarla per voi cari uomini inchiodati a un machismo fasullo e squallido, costretti nella prigione dei pregiudizi, schiacciati da un moralismo francamente disgustoso. Però fate passare la voglia di concedervi pure questa benevola tolleranza quando alzate a tal punto le barricate da creare vere comunità cui sono impediti il respiro, la vita, l’amore.

Penso a certe mentalità che più che retrograde definisco ormai cattive. Piccoli paesi ostili aggrappati a un conformismo insulso e bieco, dove tutti reprimono tutto, fedeli a apparenze che sono macigni, venduti alla menzogna di una realtà che non rende giustizia ai sentimenti e alla verità. Comunità asciutte e torve dove si benedice qualsiasi coppia fasulla di eterosessuali ma si bandisce la passione autentica tra gay felici.

Luoghi in cui si mente e si tradisce in misura vergognosa ma dove non si azzarda mai il passo libero. E, quel che supera ogni possibilità di comprensione, dove si covano un’invidia e un risentimento addirittura clamorosi verso chiunque sfondi le barriere per andare a godersi un po’ d’aria.

Sono mentalità atroci che, per giustificarsi e sfidare immutabili il tempo, cercano di fermare i risvegli, impedire le fughe, stroncare le rivolte. Se non ci riescono inseguono i ribelli con l’insulto, con lo sdegno, perfino con la maledizione. Non possono accettare, mai, il confronto con chi sceglie la serenità. Crepano di invidia ma la spacciano per morale. Sbavano ma non emulano. Codardi fino alla fine. O, è il caso di dirlo, moralmente miserabili. Proprio in barba alla loro “morale”.

Dopo Nelson Mandela

Dopo Nelson Mandela

6 dicembre 2013 | , , , , ,

Nelson-MandelaLa morte, di chiunque, può essere un piccolo o grande dramma personale. La morte di un grande può aprire voragini.

Capita in famiglia o tra gli amici, quando a mancare è il cuore, il collante, il leader. Capita in misura amplificata quando a lasciare questa terra è un Uomo chiamato Nelson Mandela.

Capita perché ci sentiamo più soli o più tristi. Capita perché abbiamo paura che la realtà non conosca uomini altrettanto capaci di scrivere la storia. Capita perché qualcuno, già distratto da molto altro mentre il grande Uomo era in vita, finirà addirittura per dimenticarlo, dopo.

Non è più vero che morto un Papa se ne fa un altro perché ce ne possiamo ritrovare uno nuovo senza aver sepolto il precedente ma temo si possa anche intendere che tutto (e tutti) passi e possa essere sostituito. C’è una cosa per ogni tempo. In un certo senso pure un Uomo per ogni tempo. Lo potrei accettare anzi lo dovrei accettare: questa è la vita e questa è pure la natura.

Quello che è più faticoso o doloroso sopportare è che si possa affievolire la memoria. D’accordo, il tempo di Nelson Mandela è consegnato al passato perché lui non c’è più. Ma guai se questo significasse non tramandare l’essenza di Nelson Mandela e di quel tempo consegnato al passato. In un momento come questo, dove più o meno tutto precipita alla velocità della luce, sarebbe un errore imperdonabile. Abbiamo più che mai bisogno di qualche esempio che continui a farci dire “la pace è possibile”, in amore, rispetto e libertà.

E poi non possiamo accontentarci di piccoli miti quando ne abbiamo conosciuti altri immensi. Ecco, l’umanità intera oggi deve ricordare per non impoverirsi. Non è difficile, siamo circondati da tali e tanti piccoli insignificanti uomini che un faro come questo non può che tenere calde le nostre speranze e, soprattutto, la nostra civiltà. E’ una questione culturale o sociale, forse. Eppure io credo che, prima di tutto, sia un’intima necessità essenziale la possibilità di credere nel trionfo dell’audacia dei giusti.

Che Nelson Mandela resti per sempre nella nostra anima.

Cara Telecom (anzi, caro gestore telefonico)

Cara Telecom (anzi, caro gestore telefonico)

5 dicembre 2013 | , , ,

Francamente le tue continue telefonate per offerte super convenienti mi stanno stufando. Non perché io non sia interessata a qualche bluff_gestore_telefonicoformula di risparmio. ANZI. Il punto è proprio questo, cari gestori telefonici, appena vi rispondo che sono già vostro cliente abbassate la coda ovvero la cornetta. La promozione, lo sconto o quel diavolo che volete proporre è valido solo per chi dovete accalappiare, una vota caduti nella vostra rete diventiamo praticamente insignificanti. E quindi tartassabili.

Capita con il telefono fisso, con i cellulari, con le linee adsl. A voi interessa rastrellare clientela, come si trova dopo è affare che proprio non vi riguarda. Complimenti e grazie, di cuore!

A parer mio tutti questi operatori di call center che dispensano meraviglie impattano con una realtà: quella della nostra disillusione. A voi, improvvidi e avidi gestori telefonici, gioverebbe molto di più trattarci con i guanti bianchi, vi faremmo pubblicità gratis presso parenti, amici, colleghi e comunità facebook.

Forse si stava meglio quando si stava meglio: con le nuvole di fumo o il telefono senza fili.

Egregio Bernardo Caprotti,

Egregio Bernardo Caprotti,

27 novembre 2013 | , , , , , ,

Bernardo_Caprotti_Ha annunciato in questi giorni il pensionamento da Esselunga, la sua felice creatura,: a 88 anni, dopo 66 di lavoro, godrà di un meritato riposo. A leggere la sua storia di imprenditore vengono i brividi, per lungimiranza, capacità e tenacia. Ancor più se considero che ai veleni della burocrazia e della pressione fiscale per la gestione di una grande azienda che vanta più di 20.000 dipendenti si sono aggiunti, da quel che ho letto sui giornali, quelli familiari. I soldi portano sempre parecchi dolori, purtroppo.

Non la conosco, mai la conoscerò e un po’ mi dispiace.

Mi sono fatta l’idea Lei sia uno di quegli imprenditori che considero appartenenti a una razza in via d’estinzione. Non me ne vogliano gli altri, ovviamente non mi riferisco ai tanti piccoli e medi che lottano con passione ogni giorno e che meriterebbero un encomio già solo per la resistenza. Penso a quelli grandi, inghiottiti dalla finanza più che seriamente impegnati nell’economia reale. Credo che Lei ne abbia fatto una questione di dignità, di buona ambizione, di sana intraprendenza e di profonda, convinta dedizione.

Deve aver guadagnato parecchio a giudicare dal fiorente fatturato, dalla continua espansione e dagli enormi lasciti (non solo a figli o collaboratori ma anche a sostegno di cause civili) e questa è la ricchezza della quale ritengo si possa essere fieri. Siamo tristemente abituati a un Paese e a una cultura che non ha nel costume il sacrificio, il merito, l’ingegno, la responsabilità. Chi serve la propria azienda per 66 anni può vantare qualche diritto al benessere, a parer mio. Mi piace scriverlo, mi piace dedicarle questa riflessione. Anche solo perché riaccende qualche luce di speranza nel buio che stiamo attraversando.

E’ vero, Lei è di un’altra generazione, quella che teneva ancora in testa una serie di principi e valori che sono andati via via evaporando in quelle successive. Ma può restare un esempio, magari anche nel piglio asciutto e risoluto, nella coerenza spesa con la fatica, nella forza di tenere alta la bandiera della sua missione. Si, fare impresa in Italia è come abbracciare una difficile missione.

Le auguro una vecchiaia serena, sig. Bernardo Caprotti. E mi auguro che il suo nome segni una possibilità, mostri sempre da che parte e come devono arrivare i quattrini, svegli un po’ di considerazione nell’importanza di tenere in vita l’economia, quella vera.

Complimenti, per Esselunga e per il suo vigore.

Cordialmente

Sfigati d’Italia

Sfigati d’Italia

15 novembre 2013 | , , , , , , ,

Io non ci sto, dalla parte di quelli che si sentono sfortunati. Devo dire la verità, a me il pensiero di esserlo assale da una vita almeno unasfigati_italia volta al giorno. Però lo caccio indietro, lo bastono, lo nascondo, lo sbugiardo. Faccio di tutto per non assolvermi.

E’ colpa mia se non riesco a trovare soluzione a un problema. E’ colpa mia se non sono capace di colmare una lacuna. E’ colpa mia se non arrivo dove mi piacerebbe.

Perché la storia spesso ci lascia indietro perché non facciamo un passo avanti. Dunque basta. Sono più propensa a tendere la mano a chi non si lagna e ammette di essere semplicemente scarso in intelletto o volontà o coraggio. E alla fine, diciamolo, mi auguro dunque, di trovare anch’io qualche mano tesa.

Ma al lamento no. Non mi arrendo e non mi commuovo. Con l’etichetta di sfigati cronici non si possono avanzare pretese. Forse si può solo sognare di non indossarne più i panni.

E allora eccomi al costume. Che perpetua lo scontento e maledice i fortunati, senza rimboccarsi le maniche. L’italico vizio ci seppellirà, probabilmente. Senza neanche il conforto dell’ultimo desiderio da esprimere e da vivere.

I giornali e la tv non aiutano, lo so. Anzi. Ci marciano. Sulla denuncia che, ad ogni replica, annoia e basta. Non dico che debbano spuntare come funghi le ricette per la “felicità” ma almeno qualche idea o, meglio, qualche azione concreta che assomigli a una pietanza mangiabile per vivere meglio o non ammalarsi a qualcuno verrà in mente o no?

Riparte il futuro

Riparte il futuro

13 novembre 2013 | , , , , ,

oscar_farinettiSenza corruzione riparte il futuro è  la campagna apartitica e trasversale, cito testualmente dal sito dei promotori, che si propone di contrastare la corruzione.

Ho letto qualcosa e ho ascoltato molti dei sostenitori. Mi piace molto l’auspicio slogan, efficacissimo,  di Oscar Farinetti: “vorrei che un giorno diventasse figo comportarsi bene”. Anch’io lo vorrei. E ho voglia di comportarmi bene e per questo sentirmi figa, anche se intorno non la pensano così.

Ho ispezionato amabilmente il sito riparte il futuro e ho visto che si esortano i musicisti ad aderire alla petizione che, se raggiunge numeri elevati di sottoscrittori, può tradursi in disegno di legge da presentare al Parlamento e, se anche il numero si ferma sotto la soglia, può comunque risultare utile azione di sensibilizzazione sociale.

Ad oggi ho visto poco più di 320 mila firme. Per una proposta legislativa ne occorrono 500 mila, presumo che il traguardo si possa toccare ma resto delusa, amareggiata, perplessa. Quanti milioni di abitanti conta l’Italia? Ci sono SOLO 320 mila persone disgustate, offese, tradite dalla corruzione?

Posseduta da un moto di ottimismo mi convinco che è questione di informazione, di tempo, di occasioni. Qualcuno non conosce l’iniziativa, un vecchietto non ha il pc e non naviga in internet, un grande lavoratore è troppo impegnato e stanco per ricordarsi di firmare riparte il futuro la sera, quando rincasa.

Ecco, cosa posso fare? Provare ad aggiungere una voce, a solcare un altro canale, a raccomandare a chi può e lo desidera di trovare un minuto per far parte del movimento oppure per aiutare il vecchietto a dare il suo contributo.

Mi chiedo però un’altra cosa. E’ data la possibilità, sul sito, di invitare i propri cantanti o artisti “del cuore” a firmare e in effetti le richieste di sostegno sono moltissime. Quello che non trovo, invece, sono le massicce risposte degli stessi. La gente di musica non conosce riparte il futuro? Non presta troppa attenzione alla preghiera dei fans? Non vuole schierarsi contro la corruzione?

E’ di tutta evidenza che c’è una sorta di disaffezione e di diffidenza generale e generalizzata che paralizza. Anche chi è stufo dell’italico andazzo, chi vorrebbe fare qualcosa di buono, chi è diligente e coscienzioso finisce per chiudersi a riccio, per temere che tutto vada a disperdersi, che nulla più valga la strenua resistenza.

Vale per chi è artista e per chi non lo è, intendiamoci.

Ritrovarsi a lottare “contro la corruzione” non è entusiasmante perché ci butta addosso la realtà ovvero l’atroce verità di un disastro morale. Dobbiamo vagheggiare una mobilitazione per ottenere quello che dovrebbe essere semplicemente normale. Insomma, è francamente avvilente.

D’altra parte cos’altro potremmo scegliere?

Speriamo che il futuro riparta. Con noi sani e salvi.

Vogliamo le prostitute

Vogliamo le prostitute

31 ottobre 2013 | , , , , , ,

Fa discutere (e sorridere) il Manifesto dei mascalzoni o dei porci, firmato in Francia da un nutrito numero di intellettuali, contro un prostitute_francia_manifestoprogetto di legge che vorrebbe sanzionare i clienti delle lucciole.

Sulla questione del sesso a pagamento francamente è difficile discutere serenamente perché è quasi automatico l’atroce pensiero dell’induzione e dello sfruttamento della prostituzione. D’altra parte però dobbiamo anche considerare la libera concessione delle proprie grazie e su questo, gratuitamente o a compenso, è altrettanto odioso sindacare.

La morale è meglio non disturbarla, diciamocelo con onestà. E’ il mestiere più vecchio del mondo e, tutto sommato, il più aderente alla natura e agli umani istinti.

Sul fatto invece che sia dato per scontato che chi si prostituisce sia sempre mossa/o da bisogno economico o debolezza di vario genere scriverei un manuale. Non ne sono convinta, talvolta addirittura oserei escluderlo con forza. Quando decideremo di togliere di mezzo un po’ di ipocrisia?

Se siamo nella dimensione della scelta, fuor di necessità o costrizione, non accetto che sia disdicevole il sesso professionale e non quello fatto per godere una dimora da favola, vacanze lussuose, ristoranti a cinque stelle, abiti griffati, entrature varie nel mondo dello spettacolo et similia. Anzi. La prostituta dichiarata è onesta, elargisce corpo e piacere a chi è consapevole di dover sborsare la pattuita tariffa. Nessuna aspettativa ulteriore, nessuna falsità, nessuna complicazione. La bagascia travestita da signora è imbrogliona, presenta un conto molto più salato e vuole pure non sia detto che esercita subdolamente l’arte di strada. Tutte menzogne, pretese, artifici.

Ciò che è spiritualmente miserabile dunque è fare i puri a sproposito ovvero in sola apparenza.

Conosco fior di uomini, tanto per fare un esempio, avviliti dalle donne che si fanno riempire di “regali” per qualche serata di sana acrobazia erotica ma che si dichiarano di integerrima condotta perché non indulgono a chiedere esplicitamente la paga per le loro prestazioni. Peraltro ho abbondanti notizie pure di donne e uomini che non cedono alla tentazione di intraprendere il mestiere in via ufficiale solo per non scontrarsi con l’etica sbandierata, in superficie, dalla nostra società.

Insomma, carissimi e carissime, di Francia e di ogni dove, mettete la verità e la realtà sopra ogni cosa. Tutti i clienti o le clienti di chi esercita il meretricio non turbano l’ordine costituito. A turbarlo, se mai, sono tutti quelli che con il corpo arrivano, mentendo e simulando, a tutto. E in fondo, anche su questi ultimi, c’è da andare cauti con le condanne. Spesso è chiarissimo che l’orgasmo ha il suo prezzo e chi acconsente deve pagarlo, in assegni a più zeri, in borse di marca, in beauty farm o chissà come, e tacere.

Quello che è certo è che l’unica prostituzione ignobile è quella dell’anima.

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

21 ottobre 2013 | , , , , , , , , ,

rocco_papaleoUna piccola impresa meridionale di e con Rocco Papaleo è un capolavoro.

Lo è ben al di là della storia, delle ambientazioni, delle interpretazioni che già sono eccellenti. Lo è nel Faro e nel percorso. Lo è nello spirito. Lo è nel respiro infinito.

La trama non ve la racconto: è un film da vedere e sentire e poi rivedere e risentire e infine accogliere e amare.

Il prete “spretato”, la vecchia madre, la prostituta, i circensi muratori, le lesbiche, il cornuto, la bimba di genitori separati e tutto l’universo più o meno parallelo non sono solo uno spaccato umano e sociale della nostra realtà, sono un grandissimo trampolino di lancio per un cammino di luce e apertura. Per un autentico risveglio, direi.

Un risveglio che non può che accendersi con la sensibilità, la passione, l’autenticità degli istinti, degli aneliti e dei sentimenti più naturali.

Quella di Rocco Papaleo è una riflessione profonda. Tanto profonda che si può cogliere solo con la semplicità dei sensi liberi, fuori dalle logiche e dagli schemi con i quali si valuta “l’opera cinematografica”. E’ una strada, quella di Rocco Papaleo e di Una piccola impresa meridionale che, chi adora abbracciare qualche filosofia di pensiero, chiamerebbe scelta di vita. Io la trovo uno stato dell’animo. E la luce del faro è perfetta come guida, almeno per chi è pronto a imboccare la via illuminata.

La costruzione o la ricostruzione, in un’armonia che supera l’ordine architettonico.

“Non ci avrete!” grida giustamente il magnifico Jennifer, perché lui e gli altri non capitoleranno mai ai pregiudizi e alle convenzioni, alla miseria morale, alle catene e al vuoto implacabile. Loro sono altro, sono oltre. Loro sono la virtù della conoscenza, quella dei costumi buoni davvero. Levigati dal tempo, dall’onestà, dalla purezza.

Le scene, i dialoghi, le musiche sono ricche di questa intensità lieve ed essenziale perché in una Piccola impresa meridionale finalmente il bene e il male sono nella loro intima essenza non nel codice delle regole. Ci sono testa e cuore e non scatole ad incastro obbligato. C’è la verità, agli occhi di chi sa vedere e di chi ha la voglia e il coraggio di vivere la vita rispettandola. C’è l’unico legame degno di essere tenuto sempre saldo: quello della fratellanza.

Che poi il faro, come la mamma, possano contenere e comprendere tutto, è la chiave sottile di una dimensione metaforica incantevole.

La sceneggiatura acuta e brillante di R.Papaleo e Valter Lupo una regia delicata e originale calano i pensieri, le emozioni, i desideri e i passi in uno sviluppo denso di sfumature. Vivace, a tratti esilarante, sul filo dell’equilibrio e della caduta.

In questo è formidabile, Rocco Papaleo. Nell’ironia e nella leggerezza. Nel garbo asciutto e nell’intelligenza sublime che si mescolano fino a togliere il velo dalla commedia della vita per raccontare quello che siamo e potremmo (o dovremmo!) essere. Il cast è eccezionale: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giuliana Lojodice, Giovanni Esposito, tutti di una bravura assoluta.

Invece del piglio della lezione, Rocco Papaleo ha il talento del messaggio sommesso dunque la critica, sulla  sua “ribellione sottovoce”, non è mai troppo generosa si sa. Le doti intellettuali per un movimento più vigoroso e incisivo Papaleo le avrebbe tutte e forse qualcuno invocherebbe da lui un tono più alto, una bella voce incisiva e stentorea.

Ma la luce del faro, credetemi, arriva forte e piena. Nella vibrazione delle parole e dei risvolti, nei simboli limpidi, nell’entusiasmante disegno del futuro. Si tratta solo, davanti a un film ENORME di sedersi da spettatori ENORMI. Talvolta nelle piccole imprese risiedono i grandi valori…

E, comunque, Rocco Papaleo, amico mio carissimo, adesso il faro è lì, basta lasciarsi illuminare. E tu, ne sono certa, lo farai. La speranza è con noi, sempre.

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

21 ottobre 2013 | , , , , , , , ,

rocco_papaleoUna piccola impresa meridionale di e con Rocco Papaleo è un capolavoro.

Lo è ben al di là della storia, delle ambientazioni, delle interpretazioni che già sono eccellenti. Lo è nel Faro e nel percorso. Lo è nello spirito. Lo è nel respiro infinito.

La trama non ve la racconto: è un film da vedere e sentire e poi rivedere e risentire e infine accogliere e amare.

Il prete “spretato”, la vecchia madre, la prostituta, i circensi muratori, le lesbiche, il cornuto, la bimba di genitori separati e tutto l’universo più o meno parallelo non sono solo uno spaccato umano e sociale della nostra realtà, sono un grandissimo trampolino di lancio per un cammino di luce e apertura. Per un autentico risveglio, direi.

Un risveglio che non può che accendersi con la sensibilità, la passione, l’autenticità degli istinti, degli aneliti e dei sentimenti più naturali.

Quella di Rocco Papaleo è una riflessione profonda. Tanto profonda che si può cogliere solo con la semplicità dei sensi liberi, fuori dalle logiche e dagli schemi con i quali si valuta “l’opera cinematografica”. E’ una strada, quella di Rocco Papaleo e di Una piccola impresa meridionale che, chi adora abbracciare qualche filosofia di pensiero, chiamerebbe scelta di vita. Io la trovo uno stato dell’animo. E la luce del faro è perfetta come guida, almeno per chi è pronto a imboccare la via illuminata.

La costruzione o la ricostruzione, in un’armonia che supera l’ordine architettonico.

“Non ci avrete!” grida giustamente il magnifico Jennifer, perché lui e gli altri non capitoleranno mai ai pregiudizi e alle convenzioni, alla miseria morale, alle catene e al vuoto implacabile. Loro sono altro, sono oltre. Loro sono la virtù della conoscenza, quella dei costumi buoni davvero. Levigati dal tempo, dall’onestà, dalla purezza.

Le scene, i dialoghi, le musiche sono ricche di questa intensità lieve ed essenziale perché in una Piccola impresa meridionale finalmente il bene e il male sono nella loro intima essenza non nel codice delle regole. Ci sono testa e cuore e non scatole ad incastro obbligato. C’è la verità, agli occhi di chi sa vedere e di chi ha la voglia e il coraggio di vivere la vita rispettandola. C’è l’unico legame degno di essere tenuto sempre saldo: quello della fratellanza.

Che poi il faro, come la mamma, possano contenere e comprendere tutto, è la chiave sottile di una dimensione metaforica incantevole.

La sceneggiatura acuta e brillante di R.Papaleo e Valter Lupo una regia delicata e originale calano i pensieri, le emozioni, i desideri e i passi in uno sviluppo denso di sfumature. Vivace, a tratti esilarante, sul filo dell’equilibrio e della caduta.

In questo è formidabile, Rocco Papaleo. Nell’ironia e nella leggerezza. Nel garbo asciutto e nell’intelligenza sublime che si mescolano fino a togliere il velo dalla commedia della vita per raccontare quello che siamo e potremmo (o dovremmo!) essere. Il cast è eccezionale: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giuliana Lojodice, Giovanni Esposito, tutti di una bravura assoluta.

Invece del piglio della lezione, Rocco Papaleo ha il talento del messaggio sommesso dunque la critica, sulla  sua “ribellione sottovoce”, non è mai troppo generosa si sa. Le doti intellettuali per un movimento più vigoroso e incisivo Papaleo le avrebbe tutte e forse qualcuno invocherebbe da lui un tono più alto, una bella voce incisiva e stentorea.

Ma la luce del faro, credetemi, arriva forte e piena. Nella vibrazione delle parole e dei risvolti, nei simboli limpidi, nell’entusiasmante disegno del futuro. Si tratta solo, davanti a un film ENORME di sedersi da spettatori ENORMI. Talvolta nelle piccole imprese risiedono i grandi valori…

E, comunque, Rocco Papaleo, amico mio carissimo, adesso il faro è lì, basta lasciarsi illuminare. E tu, ne sono certa, lo farai. La speranza è con noi, sempre.

Bandita la disoccupazione ai ventenni

Bandita la disoccupazione ai ventenni

8 ottobre 2013 | , , , , ,

Basta, non ce la faccio più, e vi prego di leggerlo a mo’ di Magda del film Bianco, Rosso e Verdone.

E ancora, non ce la faccio più, con il tono decisamente più aggressivo, a leggere e sentire il dramma della disoccupazione giovanile. Primo perché non riesco assolutamente a comprendere come si faccia a non percepire che il dramma non ha età. Secondo perché mi arriva in faccia violentemente la sensazione che nessuno dica la verità, ovvero che i pochi posti di lavoro che il mercato offre sono rivolti unicamente ai giovani mentre a quelli non più ventenni si riserva la sprezzante negazione di qualsiasi speranza.

Alla cassa di un supermercato, in un qualsiasi negozio o studio professionale, perfino negli uffici di selezione del personale si trovano tenerissime facce alle prime armi.

E allora? Non ci sono sufficienti posti di lavoro. Ma quelli che ci sono sicuramente sono saldamente in mano ai giovani. Dopo i 30 anni disoccupati_adultisiamo tutti, inesorabilmente, destinati alla rottamazione. Non me ne voglia la fresca generazione se in questo ravvedo un dramma ulteriore, cioè quello del tutto affidato all’inesperienza. Non è una colpa dei ragazzi, ben s’intende, ed è giusto dare loro ogni modo per formarsele, la competenza e la maturità lavorativa.  Si tratta se mai di comprendere che nessun ambito può essere completamente esplorato senza la sinergia di giovani e adulti. E che dobbiamo smetterla, tutti, di prenderci per il naso. Se il Paese finge di investire sui giovani come risorsa per il futuro ma non sopravvive oggi non ci sarà il domani per alcuno. Vogliamo offrire collocamento ai figli perché debbano mantenere o sostenere i genitori cinquantenni o sessantenni rimasti disoccupati? La sintesi non è estrema, semplicemente chiara e inequivocabile.

Molti datori di lavoro hanno ragioni evidentissime per preferire le assunzioni di ragazzi. I giovani costano meno, questo è il punto. Il disoccupato di quarant’anni (ovvero vecchio e decrepito a tutti gli effetti salvo a quelli del pensionamento) comporta spese non tollerabili, magari è capace e disposto a impegno e sacrifici di ogni sorta ma è da scartare subito.

Le responsabilità di questo incubo gravano su tutti. Sugli anni di aspettative e pretese fuori da ogni sostenibilità, sui meccanismi normativi completamente sballati rispetto alla realtà, sulle concezioni politiche, sociali e culturali sorde e cieche di fronte alle degenerazioni e alle derive. Sulla mancanza di onestà e coraggio. Su concezioni economiche che coprono l’economia di vergogna. Su una cittadinanza piegata su convenienze, fatalismo, scorciatoie, illusioni, perversioni.

Un disoccupato è un disoccupato, in un Paese civile. E qualsiasi serio disegno per non far dilagare la disperazione parte da questo. Nulla più e nulla meno. Occorre ripensare, profondamente, il nostro sistema mentale prima di quello legislativo. E fare un’analisi seria della realtà e del tempo. Quali settori possono essere produttivi, cosa ci serve, dove andiamo, che bisogni abbiamo accidenti. Altrimenti oltre ad avere una marea di adulti nel baratro avremo una marea di giovani confusi, in balia di una colossale menzogna intellettuale e pratica.

Possibile che non si possa mai sollevare del tutto il velo dall’ipocrisia, dall’informazione distorta, dalla rabbia o dal dolore silenziosi? Le misure contro la disoccupazione giovanile…ecco, davanti a espressioni così indigeribili il vostro stomaco come si sente?

Il precariato giovanile è una piaga. Giusto, occorre aggiungere anche questo. Ai giovani sono state consegnate le scadenze e le sfide come elementi di panico e umiliazione insopportabili. Posso invece presentare personalmente un bel numero di signori e signore che brinderebbero a un contratto di un anno. Potremmo valutare anche questo, cortesemente?

Tutti insieme, naturalmente. Giovani e anziani di 35 o 42 o 55 anni. 

L’allergia alla rivoluzione

L’allergia alla rivoluzione

2 ottobre 2013 | , , , , ,

allergia_rivoluzioneGli italiani sono allergici alla rivoluzione. Non alla parola, di quella fanno uso e talvolta abuso senza alcuna crisi respiratoria o di orticaria. Ma alla sostanza.

Le azioni rivoluzionarie sono praticamente il vero tabù italiano. Non che la scoperta sia mia, purtroppo è dato rilevato e arcinoto da parecchio. E’ che oggi più che mai il tallone d’Achille duole e fa a pezzi il cammino civile.

A me umanamente questa cosa stritola cuore e cervello. Vorrei capire ma non ce la faccio. Sono bloccata dal terrore. Quello di realizzare che è un male incurabile. Che non c’è prospettiva di liberazione.

Alla fine è meglio morire o vivere nella disperazione?

Drammatica domanda. Aggrapparsi emotivamente al battito della sopravvivenza è un impulso naturale, forse. Ma non potrebbe esserlo altrettanto, vista l’indolenza e la rassegnazione, consegnarsi alla sepoltura?

Nell’oscena tarantella della politica non c’è altro che la nostra miserabile italianità. Eppure lì ci diamo da fare con l’insulto e la condanna, quasi ci sollevasse da ogni altra incombenza, ci assolvesse da tutte le colpe e ci restituisse intatta la dignità.

Slabbrati e sfibrati come stracci lanciamo freccette fuori bersaglio. Un po’ ingenui, un po’ menefreghisti, un po’ flaccidi, un po’ intriganti.

E dove diavolo sono i fari dello spirito? In verità ci sono ma non hanno alcun appeal. Hanno perso smalto e carisma. O sono indaffarati in qualche alta strategia e si faranno vedere chissà quando solo ai pochi superstiti dello sbando totale.

D’altra parte i pochi volenterosi della rivoluzione, seria e pacifica, sono messi al palo. Come poveri illusi, noiosi predicatori, personaggi fuori moda. E allora i fari possono pure lanciare segnali e illuminare la rotta dei naviganti ma quasi nessuno se ne avvede.

Che tristezza. Chinare il capo e attendere con speranza è un esercizio di tortura.

Finché la barca và lasciala andare…Però quando affonda non perdere tempo a piangere, accusare, prestare soccorso. Si salva solo chi può.

Attenti al ladro

Attenti al ladro

3 settembre 2013 | , , , ,

A quello che è in noi. Pronto all’esercizio della birbonata con destrezza. Avvezzo a sfoderare la furbizia come una virtù. E, implacabilmente, aladro vantarsi della scorciatoia. E’ un mostriciattolo difficile da tenere a bada nel circolo italico degli amici degli amici, quelli allergici alle regole, alle code, alle procedure. A quello che è in noi. Pronto a infischiarsene dei buoni limiti. Capace di improvvisarsi sapiente in tutto. Esperto patentato in fregature. E decisamente incline a non conoscere la vergogna. E’ un tarlo vorace che banchetta ovunque, sbracato alla tavola come un signorotto di cattivi costumi. Attenti al ladro che è in noi. Prima o poi presenta pure il conto, come se dovesse riscuotere il compenso per tutti i furti andati a segno. Con la faccia sicura e pure un po’ severa del professionista onesto, competente, laborioso. Bisogna ammanettarlo perché non commetta altri guai, perché non faccia altri danni, perché ci lasci ritrovare la misura del cervello, senza smanie di scaltrezza.

La crisi ammoscia

9 luglio 2013 | , , , ,

 

la crisi ammosciaNon c’è dubbio, la crisi ha ammosciato gli animi. Questione di prospettive sbriciolate, sogni infranti, speranze perdute, dicono. Il disastro ha rubato il futuro ai giovani, aggiungono.

 

Voci alle quali è difficile dare torto. E’ roba che si palpa, infesta l’aria, smorza i colori. Però il dramma è amplificato dalle distorsioni ammucchiate in decenni di isteria o di intontimento collettivo. Ci eravamo abituati a orizzonti sconsiderati senza neanche più ragionare su ciò che avevamo a un palmo dal naso. Come sentinelle in un forte inutile difendevamo ciò che avrebbe dovuto farci orrore o, al massimo della bontà, pena. Ci bastavano una manciata di illusioni sciocche e un egoismo smisurato per brindare al benessere, accidenti.

 

Ma quale benessere, mi chiedo. E a quale costo, soprattutto.

 

Svuotate le tasche ci resta l’amarezza degli errori, il rimpianto del tempo non goduto, il rimorso dello spreco, il dolore dei rapporti umani frantumati. Evviva. I bei tempi in cui non eravamo in crisi ci hanno portato a uno strazio indescrivibile. E’ tutto più o meno confuso e sfilacciato, nell’insofferenza, nell’insoddisfazione, nella rabbia.

 

Ma io credevo che la batosta ci avrebbe fatto ritrovare la voglia di amore, di amicizia, di verità, di semplicità. Pure di onestà, per essere proprio franca. Invece la tristezza spalmata sulle facce è quella delle possibilità scemate, delle rinunce che bruciano neanche fossero lutti. Ecco, pare davvero che la “felicità” sia appesa al chiodo con l’agiatezza.

 

Ovvio che non penso alla fame e alla disperazione. Quelle giustificano il crollo pure degli spiriti più illuminati, intendiamoci. Alludo a quelli che comunque possono vivere. A quelli cui pesa come un macigno “accontentarsi”, non spararsi due vacanze esotiche all’anno, non bazzicare ristoranti di grido tutti i fine-settimana, non riempire il guardaroba di griffes.

 

Questa è la delusione peggiore. Fa davvero calare le tenebre. Neanche riesco più ad augurarmi una rivoluzione civile e culturale, non vedo masse di cuori lindi e appassionati, cittadini zelanti e coraggiosi, uomini e donne di virtù e carattere che possano accendere la miccia. Non riusciamo a mettere in off la funzione “avere” e a riportare la manopola su quella “essere”. Sensibilità fuori gioco, insomma.

 

Non vorrei arrendermi, credetemi. Il guaio è che intorno se non mi prendono per un marziano fanno spallucce. In entrambi i casi non è un conforto. Ho paura che se piovessero banconote saremmo tutti nuovamente sereni, infischiandocene allegramente del senso o della direzione della nostra vita e di tutto quello che dovremmo rispettare, inseguire, coccolare.  Svegliatemi e svelatemi che è solo un incubo, per favore.

Il caso dei libri scomparsi

Il caso dei libri scomparsi

10 dicembre 2011 | ,

In bilico tra più generi letterari, quello di Ian Sansom è un libro carico di dolcezza, di ironia, di suspence, di delirio, di genialità.

Una trama intrigante, una narrazione un po’ raffinata un po’ audace, un intreccio di bizzarre umanità rendono la lettura davvero piacevole.

Isrlael Armstrong da Londra arriva a Tundrum, piccola cittadina dell’Irlanda del nord, come bibliotecario. Sembra un sogno che si avvera: finalmente l’incarico che aspettava, il lavoro che era determinato a intraprendere, la possibilità di affermare la sua colta professionalità. Ma Israel Armstrong scopre subito non ci sono né la biblioteca né i libri, che non è facile la relazione con il luogo e i suoi abitanti, che il suo alloggio è la stia dei polli di una fattoria, che la fidanzata lasciata a Londra si è subito dimenticata di lui.

La nuova e surreale dimensione lo terrà “prigioniero” per una lunga avventura: una commedia di equivoci, stranezze, colpi di scena e ordinarie emergenze. Una sorta di bazar di strade, facce, parole, eventualità dove il grasso, goffo, vegetariano Israel Armstrong si ritrova ad annusare, cercare, soffrire, lottare…

Ambientazione suggestiva e profili formidabili in un racconto intenso sulle eccentriche sfumature degli uomini e della vita.

La caccia ai 150.000 volumi scomparsi è solo l’inizio!

Investigatore contro la sua volontà, Israel Armstrong inaugura con questa partenza esilarante le storie del bibliobus di Tundrum: indubbiamente un ottimo invito a proseguire per assaporare gli sviluppi, immagino sempre più sbalorditivi, cuciti da Ian Sansom sulla pelle del bibliotecario più insolito del mondo.

Ian Sansom, Il caso dei libri scomparsi, Tea edizioni.

 

Sotto il temporale: le fiabe della realtà

Sotto il temporale: le fiabe della realtà

16 novembre 2011 | ,

Quello dei bambini di fronte alla separazione dei genitori è tema attualissimo, spesso dibattuto in termini di trauma psicologico, talvolta attraversato come terra di egoismo o immaturità degli adulti e di disperato smarrimento dei figli, qualche volta evocato come occasione di intenso percorso emotivo tra le pieghe dei nonni protettivi, le note non convenzionali delle famiglie “allargate”, l’esperienza di crescita offerta da una realtà che si trasforma.

La verità è complessa. Non esiste rimedio infallibile che eviti il dolore, l’affanno, lo sbandamento, la tristezza. Ma è necessaria la consapevolezza quanto la sensibilità e la determinazione a comprendere e attivare i meccanismi di elaborazione delle difficoltà. Solo così, serenamente, è possibile aiutare i bambini a scacciare la paura, l’insicurezza, la malinconia e a far fiorire energie e risorse.

L’amore è essenziale, ovviamente! E di amore è colmo l’appassionante viaggio di Manuela Mareso nel labirinto di approccio e poi di cammino nell’universo della sua bambina nella tempesta familiare.

Manuela Mareso usa la fiaba come una bacchetta magica. E non vi è nulla di campato in aria, non è una leggerezza frettolosa e semplicistica.

La prima cosa che i bambini si trovano con fatica a dover accettare è che non vi è capriccio o strategia di “seduzione infantile” che riporti nello stesso nido mamma e papà. Allora è ingiusto, e peraltro credo impossibile, mentire, costruire gabbie dorate, trascinare i figli nel balletto osceno delle colpe, pretendere un’improvvisa responsabilità da adulti in erba, ed è invece essenziale cercare la via di accesso alla loro dimensione, sintonizzarsi sulla loro lunghezza d’onda, adottare la straordinaria filosofia dell’autenticità.

La fiaba di Manuela Mareso non è solo conforto ma piccola e chiara lezione di umanità. La più grande saggezza si elargisce con un sorriso denso di speranza e conforto ma anche, o forse soprattutto, di apertura alle opportunità. Ecco, il messaggio delle fiabe può racchiudere la ricchezza delle diversità, la capacità di tollerare la sofferenza o di ricavarne lo stimolo al coraggio e al sogno, la possibilità di esplorare l’esistenza in tutte le sue sfaccettature.

Con fantasia, impegno, affetto Manuela Mareso trova la chiave per dipanare la matassa e trasmettere alla  sua piccola segnali di forza, di fiducia, di entusiasmo. Perché il viaggio intrapreso non vuole e non deve negare alla bimba il malessere, gli ostacoli e le ansie, può invece raccoglierli, accarezzarli e condurli nella inevitabile evenienza dell’esistenza e nel bagaglio di sensibilità e di conoscenza che potrà svelarle altre luci e altro calore.

Per la sua bambina, per tutti i bambini, questa è una porta aperta: proprio dalle pene si può uscire “migliori”…

In un panorama editoriale che non mi pare veda trionfare il genere, l’opera di Manuela Mareso appare ancora più audace e intensa. Il libro si legge in un baleno ma resta impresso nel cuore: ottimo stimolo per genitori separati in angoscia da crisi dei loro piccoli, gradevolissimo momento di riflessione gioiosa per tutti. A me ha catturato già dal sottotitolo “fiabe-ombrello per famiglie in trasformazione”.

“La fiaba spezza il silenzio” osserva genialmente e autorevolmente Maria Rita Parsi nella prefazione. E quelle di Manuela Mareso hanno un tratto notevole: veloci, tenere, palpabili, “quotidiane” come l’emergenza pratica della situazione impone. Perfettamente calzanti, stringenti, incisive insomma. Quasi un “manuale” in pillole o una bussola per orientarsi e affrontare le inquietudini dei figli dopo lo strappo familiare.

Felice il tocco di Elena Tammaro con le splendide illustrazioni delle fiabe.

Manuela Mareso, Sotto il temporale, Edizioni Il Gruppo Abele, I BULBI dei piccoli.