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La band di Rocco Papaleo

La band di Rocco Papaleo

4 marzo 2014 | , , , , , , , , , , ,

band_rocco_papaleoA Novara Una piccola impresa meridionale bis di Rocco Papaleo e Valter Lupo è andata in scena al Teatro Coccia e non solo. Due spettacoli a teatro pieno e tre giornate in città hanno lasciato un’impronta forte.

Un successo previsto, quello di Rocco Papaleo. Della sua umanità e della sua cifra artistica miscelate con leggerezza e ironia al cinema come nella musica e sul palco. D’altra parte il suo teatro-canzone è anche vita di memoria e movimento, realismo poetico e armoniosa sensualità. Note e parole con un ritmo che accarezza e poi sollecita, con garbo. (altro…)

Nu juorno buono

Nu juorno buono

24 febbraio 2014 | , , , , , , , , ,

Rocco Hunt, il simpatico e bravo rapper salernitano, non segue proprio ‘o pallon perché la sua passione è o’ microfon.rocco-hunt-poeta-urbano-

Mi piace, Rocco Hunt. Mi piace molto meno precisare la provenienza e sorridere di una ‘fede’ diversa da quella del calcio. Ma l’Italia è anche l’unità incompiuta, una sotterranea (neanche troppo) perenne incomprensione, un campo minato di campanili e una enorme periferia che deve avvicinarsi ai centri per emergere.

Se tutti ci rendessimo conto che certi disagi sono in realtà spalmati esattamente da nord a sud, che la forza enorme sta nella complicità, che nel mondo ‘globalizzato’ Milano e Roma potrebbero non essere gli unici spazi di opportunità avremmo vinto molto più della Lotteria Italia di tutti i tempi ma facciamo ancora fatica a compiere questo facilissimo salto di pensiero.

E insomma Rocco Hunt diventa al Festival di Sanremo una sorta di nuovo simbolo campano come Arisa per la Basilicata. Indubbiamente da artisti dovrebbero gioire di essere orgoglio della musica più che orgoglio di uno spicchio di terra ma a loro tocca come a molti altri barcamenarsi tra radici e presente o, meglio, futuro. Essere portatori di una convinzione: che il talento o giù di lì sono cose che nascono ovunque.

Questo discorso mi sconforta sempre un po’. Mi ritrovo con la classica speranza che sa di finire disperatamente disillusa. D’altra parte…se non ora quando? Almeno bisogna esprimerla ‘questa cosa’ che ci tarpa le ali, questo frazionamento che ci indebolisce, questo assurdo rifiuto di cogliere un valore che rappresenterebbe il vero trampolino di lancio del Paese intero. Intero.

Sogno nu juorno buono per l’Italia. Parrà strano ma mi sento italiana e già mi pare una piccola grande ‘miseria’ perché preferirei sentirmi sempre e solo una terrestre.

Rocco Hunt il tuo accento si deve sentire ma anche tu staresti a meraviglia, come me, in un Paese che non ha bisogno di cantarlo per infrangere pregiudizi, rivendicare le bontà, difendere la vita e i sogni.

In bocca al lupo, carissimo rapper.

John Elkann: il pulpito e la predica

John Elkann: il pulpito e la predica

16 febbraio 2014 | , , , , , , , ,

Tutti sanno che secondo John Elkann i giovani italiani non trovano lavoro perché stanno bene a casa o non hanno ambizione. Fa John_ELKANNriferimento a molti lavori ai quali i ragazzi non sembrano interessati e quindi ‘liquida’ sostanzialmente l’emergenza occupazione e futuro come una questione di scarsa o cattiva volontà e assenza di bisogno.

Diego Della Valle ha pensato prontamente a dargli dell’imbecille, presumo interpretando il desiderio e il pensiero collettivo. Inutile ripetersi. Solo un privilegiato può essere tanto avventato, sgraziato e improvvido.

La crisi più drammatica la vivono gli adulti, in realtà. A 40 o a 50 anni (per non dire oltre) sei un fantasma nel mondo del lavoro eppure non hai una pensione a portata di mano e magari hai una famiglia da mantenere. Forse per i giovani la predica non sarebbe dunque sbagliata al 100%: è talvolta impossibile per un 20enne che non si chiami Elkann o giù di lì trovare il mestiere dei sogni, esercitare l’agognata professione, collocarsi nel posto che piace ma sono invece percorribili strade alternative. Ci sono settori e mansioni dove l’offerta è continua e talvolta pure consistente eppure la gioventù non li trova appetibili e soddisfacenti.

E’ il pulpito che francamente fa prudere le mani. John Elkann ha perso una buona occasione per tacere. Gli imprenditori che potrebbero fare lezioni o dare bacchettate sono anni luce diversi da lui.

Eppure ho l’atroce sospetto che per uno nato John Elkann sia davvero difficile capirlo. Mi pare un guaio peggiore dell’imbecillità espressa. Non per lui, per noi tutti, che proseguiamo a non affrontare seriamente tutto il nostro costume beota e decadente.

Fa Fico avere una figlia da Balotelli

Fa Fico avere una figlia da Balotelli

14 febbraio 2014 | , , , , , ,

Raffaella-FicoVoglio che Pia cresca come la figlia di un calciatore riassume, più o meno, il tenore delle dichiarazioni di Raffaella Fico.

Mario Balotelli è il papà che fa fico avere, in estrema, amara sintesi. Qui l’amore di un padre non conta. Sono ben altre le qualità e le possibilità alle quali Raffaella Fico ambisce per la figlia.

Dovrei provare qualche tristezza per lui. Un uomo che vale solo in quanto calciatore di alto rango probabilmente qualche motivo di delusione o infelicità potrebbe provarlo. Il fatto è che non mi riesce di fingere grande comprensione e solidarietà: presumo abbia avuto tutte le opportunità per comprenderla a priori questa realtà ma non ha evidentemente ritenuto di non volerla vivere.

Quello che non posso evitare è il dispiacere per la piccola Pia che, con la sua mamma assai parlante e ingombrante, magari faticherà a sapere che le donne possono anche amare e rispettare, avere dignità e dolcezza, proteggere valori e intimità. Che le donne possono anche essere felici di una serena e autentica seconda classe. Che le donne possono partorire con forza e gioia il frutto di sentimenti senza portafogli, insomma con un Mario padre e non un Mario calciatore.

Ci sarà qualcuno pronto a dirmi che non posso indagare sulle emozioni e sulle scelte di chi non conosco. E potrei convenire se Raffaella Fico avesse taciuto, se potessimo occuparci di una vita e di una società dove le riflessioni di Mario Balotelli non arrivano sui social network, se Pia domani non fosse una di noi tra noi, se non passasse a migliaia o milioni di ragazzini e ragazzine l’idea che fa fico avere una figlia da Balotelli.

Se tutti i tempi vengono verrà anche quello in cui la prima classe non sta nel portafogli o nella notorietà? Magari per potercelo augurare dobbiamo iniziare, almeno, ad esprimere il desiderio.

Ecco, diciamo che io sogno quel momento lì e voglio credere che prima o poi i sogni si avverino.

Gli antenati del codista

Gli antenati del codista

5 febbraio 2014 | , , , , , , , , ,

Giovanni Cafaro, l’ormai noto ‘codista’, ha antenati ingegnosi. Non lo sono all’anagrafe ma lo sono dal punto di vista culturale e sociale.cafaro-coda

In città come Napoli la storia insegna che l’arte di arrangiarsi aveva già inventato il mestiere di Giovanni Cafaro al quale però, sia detto, và abbondantemente riconosciuto il merito di averlo regolarizzato e comunicato al mondo in modo molto professionale ed efficace.

Non l’ho accertato ma presumo non si sarebbe infilato in tv o sui giornali se fosse stato aggredibile dalla pesante mano dei controlli amministrativi e fiscali. E questa, francamente, è una bella dimostrazione di intraprendenza e tenace volontà. Nel nostro bel Paese oltre a mancare il lavoro spesso manca la via percorribile per sudarselo. La burocrazia sconosce il tipo di attività e quindi ti catapulta in chissà quale girone o richiede tali e tanti adempimenti da scoraggiare qualsiasi audace iniziativa.

Ora c’è solo da augurare a Giovanni Cafaro e a chi eventualmente volesse seguire l’esempio, io ci sto pensando seriamente ad esempio, che lo Stato non abbia troppe pretese e gli lasci quindi un dignitoso margine di guadagno.

I soliti italiani

I soliti italiani

29 gennaio 2014 | , , , , , , , , ,

i_soliti_italianiDi rivoluzione se ne parla e quando se ne parla vuol dire che non si fa. Siamo i soliti italiani non rivoluzionari. E questo dovrebbe agevolmente farci rassegnarci al fatto che siano sempre i soliti italiani a ricoprire tutte le cariche pubbliche, a fare politica locale e nazionale, ad avere le mani in pasta.

Tutti hanno ricette e nessuno cucina. O, se cucina, lo fa per amici e parenti che in Italia sono sempre tanti quando sei chef. Praticamente siamo più o meno nelle sabbie mobili. Dal cilindro escono sempre quei nomi o i lori familiari o affini. E la questione non è quella del ricambio generazionale, senza i figli o i nipoti potremmo vivere alla grande se i padri, gli zii e i nonni fossero buoni e capaci.

Ma di cosa possiamo lamentarci? Ci facciamo la guerra tra noi, abitanti di gamba tacco  punta, ricchi e poveri, pensionati e disoccupati, studenti e lavoratori, autonomi e dipendenti e sbuffiamo ogni giorno mentre cerchiamo, comunque, di stare dentro il sistema e la cultura che fingiamo di disprezzare. C’è chi chiede aiuto al tizio che è introdotto nelle utili cose che risolvono i bisogni, chi fa il furbo e salta la coda, chi si arrangia con un pizzico di fantasia, chi si prende con arroganza quello che gli occorre. E così via, fino a sera. Domani è un altro giorno e si vedrà.

Abbiamo l’arte e le bellezze, abbiamo (o avevamo) eccellenze in tutto ma custodirle, rispettarle, valorizzarle costava umiltà, fatica, lungimiranza. Ora lo ripetiamo tutti come un mantra ma intanto guai a lavorare la terra o fare l’artigiano. Anzi, tanto che ci siamo andiamo avanti a imbrattare i monumenti, a ignorare la realtà e il patrimonio che dovremmo portare in palmo di mano.

La crisi economica ha stracciato il nostro portafogli, l’entusiasmo e le prospettive seguono a ruota perché in fondo non lo ammettiamo ma siamo consapevoli della nostra attitudine al lassismo. A noi piace poco ripartire, metterci in gioco, svoltare, rimboccarsi le maniche. Siamo più propensi a dare la colpa ai soliti fingendo di non sapere che siamo noi, i soliti.

La pessima prova dei soliti in politica, quelli che ci rappresentano proprio per quello che siamo, ci indigna nel tempo e nello spazio in cui non possiamo godere noi di qualche privilegio, di un posto al sole e delle frequentazioni “giuste”.

E quelli che se ne vanno all’estero e trovano una società che funziona e ripaga finiscono per non venirci neanche a spiegare che ricevono esattamente quello che danno. Forse fanno bene, tanto non li ascolteremmo e non la prenderemmo come una lezione.

Grazie, Gianni Morandi

Grazie, Gianni Morandi

23 gennaio 2014 | , , , , , ,

Dopo quanto è accaduto allo stadio di Bologna sulle note di Caruso di Lucio Dalla, hai espresso delusione e amarezza. La PresidenzaGianni-Morandi-Solo-Insieme-Saremo-Felici- onoraria del Bologna calcio, tanto naturale quanto meritata, l’hai vissuta con l’umanità e la sportività che tutti conosciamo. Non puoi riconoscerti in un tifo che oltrepassa il limite della passione, che non si raccoglie neanche davanti alla memoria di un grande, a un brano straordinario e a un’occasione per aprire la bocca, se mai, per cantare.

C’è qualcosa che assomiglia alla miseria dei sensi. Sta nel cattivo gusto, nella carenza di buon senso, nell’indifferenza alla fratellanza, nell’arroganza, nella superficialità. E, ovviamente, nel calderone del luogo comune, dove purtroppo sembra cuocere lo stivale intero. Tutte brutture che non appartengono alla tua tradizione, al tuo sorriso, alla tua natura.

Come sempre hai dimostrato uno spirito e una personalità da applauso. Non tanto per la condanna dei cori e dei comportamenti quanto per i modi e la misura. Troppe volte siamo costretti a sentire bacchettate e duri giudizi da persone che in stile e vita hanno davvero poco da insegnare. Prese di distanze di circostanza, false indignazioni, altisonanti proclami che si svuotano in un lampo.

Da te, caro Gianni Morandi, possiamo e dobbiamo ascoltare. E, ancor più, ammirare.

E’ solo un’occasione, questa. La colgo al volo per manifestare quello che penso da decenni. Al di là delle tue qualità artistiche ho sempre nutrito grande simpatia per quelle umane. So bene che la conoscenza non è reale, mi sei arrivato sempre solo dai dischi, dalla tv e dalla radio ma non temo affatto l’ingenuità di confondere personaggio Morandi con persona Gianni Morandi. Sarà che voglio fidarmi delle sensazioni accumulate! Sarà che, anche questa volta, ho raccolto una sorta di conferma.

Invece di clamorose iniezioni di morale, hai scelto poche parole ferme ma pacate. Il tuo marchio. Su facebook non hai cavalcato l’onda della ghiotta opportunità, ho letto invece la tua tristezza e questo a me emoziona. Il tuo pubblico ancora e per sempre ha bisogno di questo tuo profilo “semplice” perché la “semplicità” è un tesoro in via di estinzione.

Caro Gianni Morandi non posso che ringraziarti, di tutto.

Quello che le donne dicono – atto II –

Quello che le donne dicono – atto II –

16 gennaio 2014 | , , , , , , , ,

BLA BLA BLAL’atto II è quello delle emozioni. Quello che le donne dicono è spesso un portentoso miscuglio di sensazioni, impressioni, paure, sogni. Sono campionesse in elaborazioni sentimentali e pure in riflessioni più o meno cervellotiche. Tutta roba che a molti uomini, anche non affetti da orticaria, provoca prurito.

Non vi è del tutto da prendersela, donne. Il prurito è talvolta solo disagio, fatica, pudore. Sono tanti gli uomini che non sanno maneggiare bene in parole gli stati d’animo, i desideri, i timori. E quella favella sciolta che tamburella nei loro timpani mette il dito nella piaga. Altre volte a frenarli è un’educazione al silenzio e alla forza. Insomma ci sono uomini che hanno ancora nel sangue l’idea che troppe chiacchiere sui grovigli interiori siano un’inammissibile debolezza. E’ come se avessero un tappo in bocca.

La tradizione li vuole meno inclini al dettaglio, ai rovelli infiniti, alle macchinose congetture o alle analisi a sfinimento di ogni sussurro, di un piccolo sguardo, di un velo d’ansia. Più facile ci bevano sopra una birra o anneghino i pensieri in piscina o spengano i bruciori davanti a un film con gli amici. Pure questa però è una faciloneria da rivedere, donne. Qualche volta possiamo scoprire che prendere le distanze con una distrazione non è superficialità se, tutto sommato, stiamo stropicciando lo stesso argomento da un bla bla inconcludente.

D’accordo, ci sono donne e donne, ci sono uomini e uomini, ci sono situazioni e situazioni. Ma per tirare un po’ le fila non si può auspicare un sano incontro di caratteristiche per un briciolo di equilibrio?

Quello che le donne dicono è teoricamente più intenso, dice la signora Lia, la mitica signora Lia per l’esattezza. Ma, praticamente, slabbra in lungaggini e in ostinazione la poesia. I versi devono essere brevi, incisivi, coinvolgenti. E, ammettiamolo, un po’ più leggeri. Non si può negare che spesso appesantiamo qualsiasi cosa con le nostre puntigliose osservazioni, con meditazioni filosofiche degne di miglior causa…Il rischio è perdere di vista l’essenziale. Quello che sembrano amare tanti uomini.

Tranquille, anche loro sono da bacchettare alla grande, avranno le loro puntate, non dubitate. Intanto però teniamo a mente cosa è migliorabile nella comunicazione femminile anche solo inserendo quella parolina, leggerezza, che intesa bene è meravigliosa. Rasserenatevi non indurrei mai alcuna/o alla banalità. Qui si allude alla qualità soave.

Quello che le donne dicono – atto I° –

Quello che le donne dicono – atto I° –

7 gennaio 2014 | , , , , , ,

Si tratta più o meno di capire se, quanto e cosa di quello che le donne dicono gli uomini ascoltano.donne-bla-bla-bla

La differenza dovrebbero farla, almeno un po’, gli argomenti. Insomma può essere fastidiosa la logorrea però donne intelligenti, simpatiche e interessanti dovrebbero trovare comunque un pubblico maschile in ascolto.

Una volta si diceva, a torto o a ragione chissà, che le donne indulgessero troppo in chiacchiere futili su estetica e amenità affini ad esempio e che quindi gli uomini fossero indotti a spegnere l’audio per noia o fastidio. Da quando anche i signori sono entrati nel vortice e si dedicano alla bellezza e alla forma fisica più di noi le cose però non sono cambiate. Pare quasi che certe cose pensino siano da fare ma non da mettere al centro della conversazione.

Lungo il cammino dell’incontro tra parti della mela ci sono state donne, scaltre o spontanee non si sa, che si sono appassionate al calcio, trionfo del piacere maschile. Ma anche il campo è risultato freddino: agli uomini piace giocarci a parole tra loro, le donne non possono capirci qualcosa davvero.

Qualcuna, sinceramente o con zelante intraprendenza, ha tastato il terreno del cameratismo: la barzelletta salace, il linguaggio da strada, il cabaret casalingo. E gli uomini per tutta risposta hanno ridacchiato ma si sono intiepiditi sessualmente: se fai ridere assomigli a un amico e non sei sexy.

Altre donne hanno cercato altri canali sui quali sintonizzarsi per migliorare la comunicazione con i gentili signori. Si sono date, con straordinari risultati, all’hobbistica impegnativa dal fai da te trapano alla mano alle imbiancature a pennellessa. Però anche a loro non è andata a gonfie vele. Più che ascoltare i dettagli delle loro prodezze gli uomini si sono limitati a un verso di approvazione. Troppa forza contrasta con la pigrizia del pantofolaio o attenta all’orgoglio maschile: bocciata quindi pure la donna che discorre con competenza di ferramenta o materiale elettrico.

Molte donne non si sono scoraggiate. Unendo l’utile al dilettevole si sono date, anima e corpo, a moto e macchine. E lì si sono sentite a un passo dalla vittoria, tutti gli uomini avrebbero gradito dialogare di motori! Macché, qualche grugnito o, al massimo, un sorrisetto compiacente e basta.

Talune intellettuali hanno creduto nell’asso nella manica: musei, teatro, opera classica. Aiuto! Colti da orrore gli uomini hanno cercato di tappare le loro bocche con cerotti a colla d’urto.

Mi pare di comprendere dagli uomini che si tratti dunque in ogni caso di un problema quantitativo: pur nei casi migliori le donne non hanno il dono della concisione e sprecano parole.

I signori preferiscono la sintesi a caratteri cubitali, ovvero la frase chiara, diretta, praticamente inequivocabile: poche battute che liquidano qualsiasi tema. Le signore, invece, quando si cimentano nella comunicazione breve troncano malamente, subdolamente. Omettono per mettere alla prova l’attenzione dell’uomo, danno per scontato quello che non lo è per rabbia e sfida, fanno la voce stridula perché si stanno forzando contro ogni volontà.

La comunicazione piange, diciamolo.

Ma siamo solo all’atto I°, prima di disperare possiamo riderci su.

Alla prossima puntata!

Quello che le donne dicono – prologo –

Quello che le donne dicono – prologo –

4 gennaio 2014 | , , , , , , ,

quello_che_le_donne_diconoSu quello che non dicono ha già cantato egregiamente Fiorella Mannoia.

D’altra parte è più noto, paradossalmente. Perché l’inespresso è il terreno della curiosità, della ricerca, dell’interpretazione, dell’ipotesi. Quello in cui gli uomini si avventurano per sedurre, capire, compiacere, amare.

Quello che dicono scivola via, con gli uomini che sbadigliano o ci russano sopra, fanno zapping con il telecomando, scrutano furtivi la bella di turno, allargano le braccia per incomprensione o rassegnazione.

Però amici e amiche bisogna che io mi occupi anche dei signori insomma di quello che gli uomini dicono. E’ una questione di servizio, devo renderlo a entrambe le parti della mela, sempre ammesso sia percepito come un favore o un affare da cogliere con grazia, questo lo deciderete voi. Perché anche degli uomini si ritiene spesso di conoscere quello che non dicono ma, su quello che dicono, abbiamo le orecchie in off.

La questione è spinosa ma divertente. Mescolando un po’ diciamo illuminante.

Preparatevi al viaggio a puntate. Io vi aspetto qui.

Identikit di un impostore

Identikit di un impostore

29 dicembre 2013 | , , , , ,

State alla larga dall’impostore!

Impossibile, penserete, quando si rivela tale è troppo tardi…

Non sempre. Con l’identikit in testa potete individuarlo e smascherarlo quasi al volo.

identikit_impostore

 

Innanzi tutto vi fa larghi sorrisi, vi parla guardandovi negli occhi e vi porge la mano

stringendola bene. La mano molle e lo sguardo sfuggente sono per piccoli, comuni, quasi innocui impostori, così prevedibili da non essere rischiosi. L’impostore veramente brutto è uno che “ha studiato” le tattiche giuste ed è sempre in posa, non lascia a briglia sciolta la sua natura untuosa.

Poi è uno che vi comunica grandi sogni perché i grandi sogni si attribuiscono agli spiriti romantici e idealisti e, alle vittime, arrivano quindi come aspetti entusiasmanti, rassicuranti, positivi.

In più è anche uno che si manifesta tosto. Ovvero sicuro, molto, delle proprie qualità. Insomma un tipo che, quasi quasi, vi fa credere di avere attributi a sufficienza per favorire il suo e pure l’altrui cammino. Uno di quelli incrollabili, più o meno.

Attenzione, questo è proprio irriducibile. Tanto da dichiararlo, con fierezza e ammirazione. Praticamente gioca proprio sull’autostima che tende a generare stima. Ecco, prendete buona nota di questo particolare. Chi sbandiera audacia come incuranza di qualsiasi ostacolo, freddezza e caparbietà fuori dalle norme di umana personalità, è con altissima probabilità, l’impostore dal quale prendere assoluta distanza.

La persona capace, seria, affidabile non si presenta descrivendovi questi suoi “connotati”, andiamo, lo sapete.

Un’altra cosa importante per l’identikit è il cuore. L’impostore si definisce buono. Lo fa senza dirlo…si affida a grandi discorsi generali sulla generosità, sul rispetto, sulla solidarietà, sull’amicizia. Tutta roba che fa presumere un’anima carica di sensibilità e amabilità. Questo è uno dei più subdoli ami dell’impostore quindi drizzate bene le antenne, insomma diffidate abbondantemente di chi insiste troppo su certi argomenti con “sapiente fervore”. Questo tizio non conosce scrupoli e pietà, sbrodola dolcezza solo a parole, con calcolata astuzia. Il buono, sia chiaro, si riconosce dai fatti e basta.

In verità l’impostore ha anche altri tratti salienti.

E’ uno che, paradossale ma inquietantemente vero, vi mette continuamente alla prova. Tasta il terreno, ecco. Per capire quanto siete sinceri, ingenui, leali, abili, resistenti, tolleranti. Scava pesantemente perché deve difendersi a priori. Vuole sapere se siete svegli, irascibili, vendicativi, pazienti. E anche quanto siete forti, in termini sociali soprattutto. Già. L’impostore teme, moltissimo, quelli che non gliela farebbero passare liscia…Ovviamente vuole accompagnarsi solo a chi ha molta più umanità di lui. O, ancora meglio, a chi è debole o sprovveduto o semplicemente contrario alla belligeranza.

Costui vi chiede informazioni, piaceri, pareri solo per farvi “scoprire le carte”. Di quello che poi dimostrate o dite fa l’uso che crede. Può fingere benissimo che non siate stati utili anche se lo siete stati, spudoratamente. Può utilizzare le vostre credenziali proprio quando non dovrebbe permettersi di farlo. Può ignorare il vostro contributo (e perfino la vostra esistenza) quando invece dovrebbe ricordarlo.

Potrei andare avanti se dovessero occorrervi ulteriori dettagli ma direi che questo è già un validissimo identikit!

Sesso pubblico a contratto

Sesso pubblico a contratto

27 dicembre 2013 | , , , , , , , , ,

sesso_pubblicoD’accordo, ci mancava che il sesso tra segretaria e assessore regionale finisse nel contratto di lavoro. Non che dalla pratica alla formalizzazione corra grande differenza ma mettere nero su bianco che i pubblici amministratori maneggiano così denari, timbratrici e personale è, almeno, una freccia al nostro arco.

Vecchio quanto il mondo, l’uso un pochino sciolto del corpo, tutto sommato non è che debba muoverci a indignazione o ribrezzo. La questione sta solo nel pubblico ruolo e, quindi, nella leggerezza impudente e imperdonabile, con il quale si ricopre. La signorina in questione non riceverà da me lezioni di costume sessuale. Per quanto mi riguarda può concedere grazie e piacere a chi le pare e spassarsela come meglio crede con le sue performances amorose. A me, al più, risponde come cittadina se non ha fatto il suo dovere impiegatizio, se ha guadagnato soldi della collettività per attività che un servizio buono lo rendevano solo all’assessore, se ha sprecato il tempo retribuito dai cittadini in qualche alcova o da qualche parrucchiere per farsi bella. Al pari, ovviamente, del consigliere Luigi De Fanis.

Però, appunto, torna utile questo contratto un po’ “clamoroso”. Svela, se a qualcuno non fosse ancora chiaro, il “sistema”. Che è quello delle complicità, non solo erotiche ovviamente. Mettere insieme le mani in pasta, questo è il metodo. Se peschi nel torbido non puoi spifferare o tradire, semplice. Così si sguazza allegramente nella lussuria e nelle tangenti. E tutto perché il livello etico è decisamente basso, bassissimo, in tutti noi. Il politico è la punta non l’iceberg intero.

A questo punto se siamo “senza peccato” possiamo scagliare la pietra. O la freccia.

Il senso di responsabilità, l’onestà, la serietà sono proprio merce rara. La nostra cultura sociale è decisamente più oscena di un po’ di sano sesso e, da qui in avanti, se è crisi nera toccherà forse dare davvero una ripulita alle nostre macchie.

Tutto si fa quasi alla luce del sole come se ci fosse una sorta di impunità garantita. Ogni scandalo è a tempo determinato. Basta un’alba per portarne uno più grosso che oscura il precedente. E a noi pare rimasto appena un filo di voce con il quale protestare. Non perché pretendiamo giustizia, lealtà, correttezza ma perché non riusciamo ad arrivare alla marmellata…

Certo, cari lettori, tra voi ci sono persone di indubbie virtù, anime che si sentiranno offese da questa catastrofica generalizzazione. Bene! Arrabbiatevi. Molto, moltissimo. E dimostratemi di tirare con forza e mira così provette da colpire il bersaglio, una volta per tutte.

Il 2 gennaio arriverà

Il 2 gennaio arriverà

22 dicembre 2013 | , , , , , , ,

Non sempre è bello il Natale. Non per tutti è bello il Natale.

Là fuori, c’è una lunga fila di uomini e donne che salterebbero volentieri a piè pari le “feste natalizie”, capodanno incluso. Quelle della Gennaio 2014 Calendario 1magia scontata che in verità, molte volte, non c’è. E non c’è per tanti motivi. Perché non hai più dei cari veri con i quali sentirti davvero sereno, perché hai troppi guai per la testa, perché il tuo spirito non si concilia con il rituale consolidato del Natale comune, perché tutto sommato piuttosto di una farsa di magia meglio nessuna magia.

Così pure qualche abbuffata invece di saziare diventa indigesta. Si cercano orologi che corrano veloci per far volare il tempo e  consegnarci in fretta al dopo sbornia. Si inventano buone motivazioni per portare pazienza. Si lavora di fantasia per consegnare al mondo l’idea di un Natale che più o meno valeva la pena di essere vissuto.

Bisogna cavarsela, comunque. Questo perché siamo assolutamente incapaci di ribellione e fuga: a Natale bisogna esserci, lo recita l’unica norma che non viene mai infranta.

Non so se è ridicolo o triste, probabilmente dipende solo dai casi e dallo sforzo richiesto per la sopravvivenza. Però è una catena che sogno si spezzi, per tutti. Per quelli felici che continueranno a festeggiare ma lo faranno per ancora più convinta e appassionata scelta. Per quelli che diventeranno felici potendosi sottrarre alla piccola o grande tortura del copione da calendario.

Che poi almeno sarà Natale nel cuore, fede o pausa che sia. Libero Natale, ecco.

Perché di finzioni e costrizioni è già abbastanza pieno il resto dell’anno…

Forza, il 2 gennaio arriverà.

Paradiso IOR

Paradiso IOR

21 dicembre 2013 | , , , , , , , , , ,

paradiso_ior_turco_pontesilli_dibattista‘Paradiso Ior. La Banca Vaticana tra criminalità finanziaria e politica dalle origini al crack Monte dei Paschi’ di Maurizio Turco, Carlo Pontesilli, Gabriele Di Battista (Castelvecchi ed.): un’indagine attenta e minuziosa che svela la colossale indecenza di un sistema di forze che manovra una impronunciabile quantità di denaro più o meno sporco in una dimensione di sostanziale impunità.

I numeri, gli intrecci, gli sviluppi e le connessioni sono impressionanti.

Pensare sia verità, tutta verità, null’altro che verità fa rabbrividire.  Non mi riusciva tanto difficile immaginare quali e quante oscure potenze si muovessero sulla nostra testa ma il sistema che esce da Paradiso IOR supera per entità anche una fervida, maligna, catastrofica fantasia. E, in un periodo nero come questo, una scoperta così fa tremare doppiamente i polsi di rabbia e di sconforto.

Dai Patti Lateranensi in poi non ci sarebbe altro che un buco nero che per noi si è tradotto in baratro e per qualcuno in ricchezza, smodata e illecita.

Le nefandezze dello IOR sono come quelle della nostra politica, come il terribile rapporto sotterraneo tra Stato e criminalità organizzata o i macroscopici rapporti deviati che ci divorano: rischiano di non indignarci più, tanto siamo rassegnati a non poterli sradicare. Eppure sapere quante risorse prendono il volo lasciando la nostra economia al collasso potrebbe essere una bella rampa di lancio per una consapevolezza, se non vincente, discretamente agguerrita.

Spesso le nostre armi sono spuntate perché non hanno il supporto della conoscenza. L’informazione è pilotata, tutto è controllato, le ribellioni si pagano care. Ma quando la conoscenza è diffusa, molto diffusa, anche il più incallito e vigoroso sistema può vacillare. E’ questo il punto. Questo è un libro che tutti dovrebbero leggere. Credenti e laici, mi piace specificare. Con libertà di giudizio, naturalmente. Ma, almeno, umana e sociale determinazione. Dobbiamo diventare cittadini, questa è l’urgenza assoluta. Facile provare disgusto, avvertire frustrazione, gridare alla disonestà, proclamarsi vittime innocenti. Molto più difficile è fare un cammino di crescita civile. Assumersi la responsabilità di sapere, avere il coraggio di sostenere un cammino diverso da quello corrotto.

E’ tempo di spalancare le porte a un saggio come Paradiso IOR. Questione di coscienza e di tasca.

Gli immensi capitali del Vaticano, le implicazioni mondiali, le tangenti e le maxi tangenti, i depistaggi, gli insabbiamenti, i lavaggi e i riciclaggi non sono più misteri o segreti eppure continuano a divorarci. Il viaggio tra banche, finanziarie, Ior, nomi in codice e grandi manovre nazionali e internazionali ci fa incontrare tutti: da Sindona a Calvi, a Marcinkus, a De Bonis e avanti, nell’impudica matassa di partiti, imprenditori, mafiosi, istituzioni bancarie e affaristiche.

Gli artifizi giuridici che sottraggono lo IOR, la Banca Vaticana, dall’applicazione degli standard europei ed internazionali di trasparenza e controllo dell’attività economica e bancaria sono avallati nei fatti dalla complicità o dal silenzio del governo italiano e di quello europeo. Sebbene la sovranità statuale della Santa Sede sia stata riconosciuta formalmente solo dall’Italia, l’Unione Europea infatti la riconosce e la rispetta abbondantemente nella pratica.

Il dato tutto italiano invece è che il Regime fascista, con i Patti Lateranensi, consegnò al Vaticano – secondo i dati forniti da Turco, Pontesilli, Di Battista – 828 milioni e 500mila lire in titoli e 750 milioni in contanti, ovvero il 37% delle intere riserve liquide dello Stato italiano all’epoca.

Lo Ior ha avuto, insomma, un bel gruzzolo di partenza per il viaggio della ricchezza!

Ovviamente mi preme chiarire, come fanno peraltro gli autori dell’opera, che neanche un pensiero moderno, democratico e laico può confondere e identificare la Curia romana o Santa Sede o Vaticano con la ‘Chiesa’ come comunità religiosa. Anzi. Andrebbero fortemente rispettate e, meglio, nettamente tracciate, le distanze tra potere temporale e spiritualità.

Speriamo che Papa Francesco abbia scelto il nome giusto per la via della dignitosa povertà.

Luoghi del cuore

Luoghi del cuore

16 dicembre 2013 | , , , , ,

cittadella_alessandriaCi sono luoghi del cuore al di là di qualsiasi riconoscimento. E lo sono per tutti. Perché basta uno sguardo per innamorarsi. Non della bellezza o dell’importanza storica. Ma di quello che ti arriva, in emozioni che prendono la loro stessa forma, come per magia.

Meraviglia delle sensazioni, quelle che non scivolano sulla pelle, ci restano sopra come un tatuaggio. E si rinnovano in pensieri, magari in qualche fantasia per tutto quello che lì dentro assomiglia a una poesia o ti bussa alle orecchie come un allegro gruppetto di note.

La cittadella di Alessandria è uno di questi. E non dovete chiedermi perché, appunto. Questo già la rende straordinaria. Che i motivi sono miei o vostri o di quelli che ci hanno respirato. In un tessuto di ieri e oggi che domani ancora sveglierà passioni e malinconie. Nell’atmosfera che non sta nelle parole e che quindi puoi salvare dalle celebrazioni che poi la farebbero monumento e non vita.

La via del recupero è tutta nell’amore, quello autentico. Che sicuramente ha la forza della libertà, quella che sa interpretare nuovamente luoghi_del_cuoreluoghi_del_cuorelo spirito giusto. Già, in realtà bisognerebbe dire in quale modo perché la percezione di ciò che è giusto è relativa, talvolta troppo. Per questo sarebbe fantastico potersi fidare dell’istinto, se è un motore che funziona a sentimenti e non prende una velocità pericolosa. Il ritmo, esatto. Ci vuole il ritmo della cittadella, anche se la crisi morde e ci fa rendere conto di quante cose andavano fatte prima, di quante mancanze abbiamo accumulato, di quanti tesori possiamo perdere.

“Salvare” la cittadella di Alessandria, l’ho letto e mi ha messo addosso un’indescrivibile tristezza. Siamo nel Paese dell’emergenza, quello in cui si corre ai ripari in ritardo, quello dove devi sempre aver paura delle soluzioni perché è troppo alto il rischio che non risolvano. E ancora, ancora. Che siamo pieni di luoghi del cuore ma abbiamo perso, chissà dove, il cuore.