Quantcast

  la crisi ammosciaNon c’è dubbio, la crisi ha ammosciato gli animi. Questione di prospettive sbriciolate, sogni infranti, speranze perdute, dicono. Il disastro ha rubato il futuro ai giovani, aggiungono.   Voci alle quali è difficile dare torto. E’ roba che si palpa, infesta l’aria, smorza i colori. Però il dramma è amplificato dalle distorsioni ammucchiate in decenni di isteria o di intontimento collettivo. Ci eravamo abituati a orizzonti sconsiderati senza neanche più ragionare su ciò che avevamo a un palmo dal naso. Come sentinelle in un forte inutile difendevamo ciò che avrebbe dovuto farci orrore o, al massimo della bontà, pena. Ci bastavano una manciata di illusioni sciocche e un egoismo smisurato per brindare al benessere, accidenti.   Ma quale benessere, mi chiedo. E a quale costo, soprattutto.   Svuotate le tasche ci resta l’amarezza degli errori, il rimpianto del tempo non goduto, il rimorso dello spreco, il dolore dei rapporti umani frantumati. Evviva. I bei tempi in cui non eravamo in crisi ci hanno portato a uno strazio indescrivibile. E’ tutto più o meno confuso e sfilacciato, nell’insofferenza, nell’insoddisfazione, nella rabbia.   Ma io credevo che la batosta ci avrebbe fatto ritrovare la voglia di amore, di amicizia, di verità, di semplicità. Pure di onestà, per essere proprio franca. Invece la tristezza spalmata sulle facce è quella delle possibilità scemate, delle rinunce che bruciano neanche fossero lutti. Ecco, pare davvero che la “felicità” sia appesa al chiodo con l’agiatezza.   Ovvio che non penso alla fame e alla disperazione. Quelle giustificano il crollo pure degli spiriti più illuminati, intendiamoci. Alludo a quelli che comunque possono vivere. A quelli cui pesa come un macigno “accontentarsi”, non spararsi due vacanze esotiche all’anno, non bazzicare ristoranti di grido tutti i fine-settimana, non riempire il guardaroba di griffes.   Questa è la delusione peggiore. Fa davvero calare le tenebre. Neanche riesco più ad augurarmi una rivoluzione civile e culturale, non vedo masse di cuori lindi e appassionati, cittadini zelanti e coraggiosi, uomini e donne di virtù e carattere che possano accendere la miccia. Non riusciamo a mettere in off la funzione “avere” e a riportare la manopola su quella “essere”. Sensibilità fuori gioco, insomma.   Non vorrei arrendermi, credetemi. Il guaio è che intorno se non mi prendono per un marziano fanno spallucce. In entrambi i casi non è un conforto. Ho paura che se piovessero banconote saremmo tutti nuovamente sereni, infischiandocene allegramente del senso o della direzione della nostra vita e di tutto quello che dovremmo rispettare, inseguire, coccolare.  Svegliatemi e svelatemi che è solo un incubo, per favore.

 

la crisi ammosciaNon c’è dubbio, la crisi ha ammosciato gli animi. Questione di prospettive sbriciolate, sogni infranti, speranze perdute, dicono. Il disastro ha rubato il futuro ai giovani, aggiungono.

 

Voci alle quali è difficile dare torto. E’ roba che si palpa, infesta l’aria, smorza i colori. Però il dramma è amplificato dalle distorsioni ammucchiate in decenni di isteria o di intontimento collettivo. Ci eravamo abituati a orizzonti sconsiderati senza neanche più ragionare su ciò che avevamo a un palmo dal naso. Come sentinelle in un forte inutile difendevamo ciò che avrebbe dovuto farci orrore o, al massimo della bontà, pena. Ci bastavano una manciata di illusioni sciocche e un egoismo smisurato per brindare al benessere, accidenti.

 

Ma quale benessere, mi chiedo. E a quale costo, soprattutto.

 

Svuotate le tasche ci resta l’amarezza degli errori, il rimpianto del tempo non goduto, il rimorso dello spreco, il dolore dei rapporti umani frantumati. Evviva. I bei tempi in cui non eravamo in crisi ci hanno portato a uno strazio indescrivibile. E’ tutto più o meno confuso e sfilacciato, nell’insofferenza, nell’insoddisfazione, nella rabbia.

 

Ma io credevo che la batosta ci avrebbe fatto ritrovare la voglia di amore, di amicizia, di verità, di semplicità. Pure di onestà, per essere proprio franca. Invece la tristezza spalmata sulle facce è quella delle possibilità scemate, delle rinunce che bruciano neanche fossero lutti. Ecco, pare davvero che la “felicità” sia appesa al chiodo con l’agiatezza.

 

Ovvio che non penso alla fame e alla disperazione. Quelle giustificano il crollo pure degli spiriti più illuminati, intendiamoci. Alludo a quelli che comunque possono vivere. A quelli cui pesa come un macigno “accontentarsi”, non spararsi due vacanze esotiche all’anno, non bazzicare ristoranti di grido tutti i fine-settimana, non riempire il guardaroba di griffes.

 

Questa è la delusione peggiore. Fa davvero calare le tenebre. Neanche riesco più ad augurarmi una rivoluzione civile e culturale, non vedo masse di cuori lindi e appassionati, cittadini zelanti e coraggiosi, uomini e donne di virtù e carattere che possano accendere la miccia. Non riusciamo a mettere in off la funzione “avere” e a riportare la manopola su quella “essere”. Sensibilità fuori gioco, insomma.

 

Non vorrei arrendermi, credetemi. Il guaio è che intorno se non mi prendono per un marziano fanno spallucce. In entrambi i casi non è un conforto. Ho paura che se piovessero banconote saremmo tutti nuovamente sereni, infischiandocene allegramente del senso o della direzione della nostra vita e di tutto quello che dovremmo rispettare, inseguire, coccolare.  Svegliatemi e svelatemi che è solo un incubo, per favore.

Commenta su Facebook

qu-pi-newsletterVi  è piaciuto questo articolo ? Iscrivetevi alle newsletter di Quotidiano Piemontese per sapere tutto sulle ultime notizie,
Se vi piace il nostro lavoro e volete continuare ad essere aggiornati sulle notizie dal Piemonte, andate alla nostra pagina su Facebook e cliccate su "Like".
Se preferite potete anche seguirci sui social media su Twitter , Google+, Youtube
Ora potete anche essere aggiornati via Telegram

TAGS: , ,