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Divieto di sballo

Un rave party finisce in tragedia, per i carabinieri gravemente aggrediti, per i ragazzi che a lucidità ritrovata fanno i conti con l’orrore dello sballo, per le famiglie trafitte da dolore e debolezza. D’altra parte non è la prima volta che un rave party svela violentemente l’incontenibile forza d’urto dello sballo.

Era inevitabile si levassero voci ad invocare la proibizione. L’onda emotiva è notevole e di fronte al dramma che esplode siamo sempre istintivamente inclini alla reazione viscerale. In fondo vorremmo poterci aggrappare a una misura magica: il divieto è vissuto come la soluzione forte e immediata, insomma. In verità l’esperienza insegna che vietare non è propriamente la panacea di tutti i mali. Anzi, il fascino della trasgressione è potentissimo e audace, purtroppo.

In ogni caso non possiamo negare o ignorare la realtà. E la realtà è che quello che accade a un rave party non è poi tanto diverso da quello che avviene in qualsiasi nottata dei fine settimana nelle nostre città. Ovunque è possibile riprodurre lo stesso viaggio malato…quel mix di stupefacenti, alcolici, musica assordante, luci schock e scombussolamento dei sensi è a portata di mano, non ha bisogno di boschi e appuntamenti più o meno segreti.

Il problema è lo sballo.

Che sia alcool o droga conta poco in effetti, quello che è inseguito con cieca determinazione è lo stato di sfrenata euforia o di stordimento totale. Una fuga, un antidoto al vuoto, un balsamo per l’insicurezza o una dichiarazione di disgusto per tutto quello che sta nei binari dell’ordinaria “normalità”. Eccedere è la parola d’ordine. Uscire di testa, forse. Mettere a tacere i pensieri. O trovare la forza di essere nell’esaltazione che può derivare solo da qualche pessimo miscuglio da ingoiare, sniffare o fumare.

C’è parecchio da indagare e riflettere su tutto questo, naturalmente.

Al di là delle notevoli questioni umane e sociali, c’è un’economia dello sballo che è davvero allarmante. I dati, le cifre dello sballo parlano chiaramente di un  fenomeno di massa. E chiunque bazzichi le nostre strade di notte, magari nei tanto agognati venerdì o sabato, non può non averne qualche misura.  

E’ un disastro allargato. Che rovina gli utilizzatori e mette a repentaglio molte possibili relazioni, l’assetto culturale, la vita civile.

Il processo ai singoli deve concentrarsi sulle loro responsabilità. Ma non possiamo fermarci a questo. Non è solo un rave a dover generare ansia o riprovazione. E’ quello che esprime, se mai. E cioè l’apoteosi dello sballo.

C’è sicuramente una colpa collettiva alla quale non possiamo sottrarci. E forse c’è anche l’urgenza di comprendere che non è proprio tutto piacere e libertà, ecco. Duro ad affermarsi, lo so, eppure tutto quello che allontana dalla coscienza intellettuale è non solo un pericolo, è un’offesa alla vita. Alla vita di tutti, se ci pensiamo bene. Perché la lacerazione umana, sociale, culturale presenta il conto, prima o poi, alla comunità intera.

Deve tornare di moda quello che abbiamo sepolto in nome della modernità. Ci vuole il coraggio di riparlare di educazione, di valori, di crescita consapevole. E, forse prima di tutto, di amore.

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