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La terra buona, di Emanuele Caruso

Dell’ultimo film di Emanuele Caruso ve ne ho già parlato più volte. Al momento della presentazione e soprattutto man mano che il film ha cominciato ad invadere la penisola secondo quello che ho ribattezzato il Metodo Caruso. Si, perchè il metodo Caruso funziona eccome, e continua a funzionare, visto che la produzione ha annunciato che La Terra Buona ha già staccato oltre 45.000 biglietti al botteghino per circa 250.000 Euro di box office al cinema, superando il caso nazionale del precedente film “E FU SERA E FU MATTINA” che ne aveva staccati meno, ma in 12 mesi di programmazione.

Ne sono particolarmente felice, perchè vuol dire che il lavoro duro paga ancora. Ne sono particolarmente felice anche perchè sono uno dei 500 sottoscrittori del crowdfunding e quindi una minuscola parte del merito che il film sia stato realizzato è anche mia.

Dettto tutto questo, poi c’è il film. E il film, ragazzi, è un film splendido! Delicato, fortemente poetico, a tratti anche ironico. Lascia sognare, inevitabilmente commuove e in fondo regala anche un briciolo di speranza.

Giulia ha un cancro che la medicina tradizionale non può curare e così parte da Roma, accompagnata dal recalcitante Martino, per raggiungere un posto sperduto tra i monti del verbano, un posto realmente esistente e realmente incontaminato. Qui Padre Sergio nasconde Mastro, un medico che è stato allontanato dalla comunità scientifica perchè sta cercando di sviluppare una medicina naturale per curare il cancro. E con lui c’è anche Rubio, biologo, che lo aiuta nello sviluppo.

Le mie poche righe di soggetto potrebbero sviarvi, non vi accontentate: il film è da vedere (sulla pagina Facebook trovate di volta in volte le sale che lo ospitano). Non si tratta di una difesa di una medicina alternativa, non si tratta nemmeno di una medicina alternativa. I dialoghi tra i protagonisti chiariscono man mano cosa vuole veramente fare il medico in fuga. Si tratta invece, questo si, di un film che invita a riprendere possesso delle nostre vite, della bellezza della natura, dei sogni, dello studio, della cultura. Un invito a vivere in armonia con i nostri corpi.

Ma si tratta anche di un film assolutamente godibile, elegante, sereno, dolce. I lunghi momenti di riflessione sono spezzati dalla rabbia/paura di Rubio, un fenomenale Cristian Di Sante, che riesce a smorzare la serenità di Padre Sergio (Giulio Brogio), la saltuaria rassegnazione di Mastro (Fabrizio Ferracane), la confusione di Martino (Lorenzo Pedrotti), la speranza di Gea (una straordinaria Viola Sartoretto) e la sicurezza montana di Gian Maria (Orfeo Orlando).

L’insieme di questi personaggi, collocati in un ambiente davvero incredibile e messi insieme dalla scrittura e dalla regia di Emanuele Caruso, ci restituisce un film di quelli che rimangono in mente per un bel po’ quando i titoli di coda hanno smesso di scorrere sullo schermo.

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