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Lettera aperta a Gianni Amelio

Caro direttore,
se ti è capitato di leggere le mie parole sul tuo Torino Film Festival su questo o su altri blog saprai bene che ho sempre apprezzato il lavoro che tu ed Emanuela Martini (e tutto lo staff naturalmente) avete svolto in questi quattro anni.
A questo apprezzamento si aggiunge la stima che da sempre ho di te come regista.
Con queste premesse mi permetterai di dirmi in disaccordo con quanto hai affermato ieri sera durante la presentazione del tuo ultimo film.

Dire che “oggi a Torino si girano troppi film che non hanno nulla a che fare con la storia e con l’immagine della città” e soprattutto che “Se fossi responsabile della Film Commission del Piemonte non permetterei mai che si girasse in città un film ambientato a Civitavecchia” lo considero, in questo particolare momento storico, sbagliato e controproducente.

Chiarisco.
Dal punto di vista culturale e sociale sono addirittura daccordo con te. Vedere Torino in un film di  Greenway o di Amelio mi rende orgoglioso di come il mondo possa vedere la mia città. Vedere Torino in un film con Boldi (Cipollino mi passerà l’esempio) mi fa tutt’altro effetto.
Capisco meno il problema dal punto di vista della città che interpreta se stessa o altre città.
Torino ha una lunga storia di cinema, lo conosce bene, è un’attrice splendida ed in tanti anni ha interpretato più ruoli di qualunque altra città-attrice.
Ancora comprendo il discorso sull’identità ma trova il mio appoggio solo in piccola parte.

Soprattutto quello che non ti perdono (diciamo ti perdono meno) è aver fatto questa considerazione in un momento in cui la città è lanciatissima dal punto di vista cinematografico, in cui stiamo tutti insieme facendo una fatica enorme a far comprendere ai politici che con il cinema (e la cultura tutta) si mangia eccome, che produce lavoro, continuità, risultati, immagine, eccellenze specializzate.
Il cinema è un industria, certo particolare ma pur sempre un’industria.
Particolare perchè oltre all’obiettivo del profitto ha pure quello della qualità e dell’arte. Non sempre le due cose possono viaggiare affiancate.
Spesso capita che viaggino parallele, su un binario l’arte, i film di grande spessore (quelli che non vede nessuno e che a noi cultori piacciono tanto), sull’altro i blockbuster, i cinepanettoni e le peggiori pubblicità (che odiamo profondamente ma che portano un sacco di soldi e uguale quantità di lavoratori impiegati).

Ed allora, se l’industria cinema deve creare lavoro, impiego, sfamare famiglie, che importanza vuoi che abbia se Torino interpreti se stessa in un film sul Risorgimento oppure Ariccia in un film con Bombolo che prende schiaffoni alla Sagra della porchetta?

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