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Intervista con Carlotta Givo, direttrice del PDFF

PDFF sta per Piemonte Documenteur Film Fest, vale a dire il primo festival dedicato ai falsi documentari, i mockumentary che tanti proseliti stanno avendo (in sala c’è ESP – Fenomeni paranormali, per capirci – anche se so che la nostra ospite non apprezza).

Ma il PDFF ha una seconda particolarità non da poco.
Non si tratta di un festival a cui mandare lavori già pronti ma di una sorta di laboratorio a cielo aperto a cui partecipare per realizzare il proprio mockumentary durante i quattro giorni di svolgimento del festival.

Carlotta Givo, ideatrice e direttrice del festival, si è resa disponibile per rispondere ad alcune domande.

Come nasce l’idea di un festival dedicato ai mockumentary?

L’idea è nata, come spesso accade, da un pour parler. Nel 2009, sono incappata in un mock che mi ha letteralmente rapita: The Delicate Art of Parking. Quel film mi ha spinta a indagare maggiormente un genere che fino a quel momento avevo toccato solo tangenzialmente. Il fascino di un genere che sfrutta il linguaggio del cinema del reale per raccontare storie spesso assurde, creando non poca confusione in uno spettatore che non sa di trovarsi di fronte a un mockumentary (pensa cosa non ha combinato Karel con Operazione Luna! Soltanto un paio di mesi fa un piuttosto noto cineasta torinese parlandomi di Operazione Luna lo ha fatto come se il film fosse un documentario e non un mockumentary… ), è fortissimo. In un momento così particolarmente delicato per l’informazione e il giornalismo italiano, svelare alcuni meccanismi che portano alla costruzione a tavolino di una notizia e non all’indagine critica dell’accaduto vero e proprio, mi sembrava importante. Per una fortunata fatalità, lo stesso anno alcuni amici canadesi che erano qui in Italia per girare un cortometraggio mi hanno parlato del Festival du documenteur de l’Abitibi-Tèmiscamingue. Neanche a dirlo, mi sono innamorata del progetto. La formula del festival quebecchese, con qualche modifica ad hoc, sembrava perfetta per le Valli montane che sono poi diventate teatro del Pdff e nelle quali sono fondamentalmente cresciuta. E così ho coinvolto un piccolo ma agguerrito gruppo di pazzi scriteriati e insieme abbiamo fatto questa scommessa. Ed eccoci qui, seconda edizione!

IL PDFF ha una caratteristica ben precisa. Non si mandano opere concluse per la selezione ma ci si propone per realizzare in 4 giorni un corto completo. Perchè questa scelta?

Perché il problema di chi desidera entrare nel mondo del cinema è avere delle occasioni per farlo il cinema. Quando si è molto giovani si fanno i primi passi quasi per gioco – che è giusto e fondamentale perché d’altra parte la passione per qualcuno o qualcosa principia sempre da un incontro fortuito o inatteso – e tutte le occasioni sono buone per cimentarsi nella produzione di un cortometraggio che viene realizzato soprattutto per divertirsi, senza aspettative; quando invece si è magari non più giovanissimi le occasioni di “giocare” a fare cinema sono scarse. Un po’ perché subentrano altre responsabilità e quindi la necessità di portare a casa la pagnotta, come si suol dire; un po’ perché quando quel gioco diventa aspirazione si interagisce diversamente con esso. Diciamo che il Pdff, per come è strutturato – ovvero sia con ospitalità ai cineasti, partecipazione “gratuita” di attori e comparse (che sono poi le persone che abitano i Comuni di riferimento, quindi non attori!), piccolo assegno di produzione e permessi di occupazione del suolo pubblico impliciti negli accordi con i Comuni – è una sorta di grande produzione. Una sensazione condivisa da chi si occupa di arte in genere e non riesce ancora a mantenersi con la propria arte è quella di perdere tempo quando crea e di vivere quel tempo con una certa frustrazione. Il tempo del Pdff è quasi una “tana libera tutti”. Lì non solo è concesso, ma si è in qualche modo “chiamati” a creare, e in un certo qual modo “pagati” per farlo. Per questo il premio è dignitoso (3000 euro) e in denaro. Chissà che quel denaro non possa essere un primo assegno per un’altra produzione? C’è poi una volontà specifica di valorizzare quei territori considerati da sempre un po’ marginali da un punto di vista culturale e, certo, cinematografico. Eppure quelle zone hanno una ricchezza impensabile! Scovarne segreti e storie è una bella sfida ed è soprattutto divertente, entusiasmante. Certo, è anche una bella sfacchinata per i cineasti: 96 ore per creare una storia che aderisca al territorio di riferimento, convincere e coinvolgere persone che nella vita non fanno gli attori a recitare una parte davanti a una camera, girare e montare tutto in 96 ore… Bisogna averne di passione per questo mestiere!

Si tratta quindi di un festival che richiede parecchio impegno. Ciononostante avete avuto 40 candidature lo scorso anno. La formula pare funzionare…

Pare di sì. Speriamo che l’adesione sia altrettanto numerosa quest’anno e che nel tempo si possano dare occasioni a più cineasti e che aderiscano anche altri Comuni.

Il PDFF è però anche fortemente legato al territorio, alle vallate occitane. Una scelta precisa?

Sì, direi di sì. Le valli occitane hanno un fascino considerevole per questo essere tra loro fondamentalmente diverse ma visceralmente unite dalla corda linguistica. E poi c’è questa fierezza occitana che è trascinante. E la cultura… Il folklore… Insomma, è un bel mondo da esplorare e conoscere. Inoltre siamo gemellati con il Festival du Documenteur de l’Abitibi-Témiscamingue, che all’interno del Quebec – notoriamente territorio di minoranza linguistica visto che, per quanto sia riconosciuto il bilinguismo, la maggior parte dei canadesi parla inglese – è un posto piuttosto marginale da un punto di vista economico e culturale.

Il festival sarà dal 15 al 20 agosto. Un periodo che in una città sarebbe improponibile ma forse funziona nelle vallate. Com’è stata la partecipazione del pubblico lo scorso anno e cosa vi aspettate?

Lo scorso anno è stato commovente. A essere sinceri ci aspettavamo il fallimento totale, come dicevamo all’inizio: è stata una scommessa. O un buio, come si dice nel poker. Per quanto riguarda i pronostici per la seconda edizione, sono scaramantica quindi rispondo con un laconico: mah… Vediamo… Ne riparliamo il 21 agosto, ti va?

Chiudiamo tornando al mockumentary. Quali sono i titoli degli ultimi anni che hai apprezzato maggiormente e perchè?

Ti direi Confetti della regista inglese Debbie Isitt, che per altro proietteremo a Saluzzo gratuitamente il 28 luglio, perché racconta quella frenesia e quella follia tipica di chi sta per convolare a nozze e allo stesso tempo ironizza sui più disparati concorsi indetti dai magazine modaioli. È una commedia romantica in perfetto stile British, ma con quell’aggiunta di sarcasmo e causticità tipica del mockumentary. Poi, l’ho accennato all’inizio, The delicate Art of Parking del canadese Ted Carlson in cui un ausiliare dei parcheggi s’improvvisa investigatore per scoprire chi ha investito il migliore amico. Ovviamente le indagini vengono documentate da una scalcinata troupe di aspiranti documentaristi. L’ultimo che mi viene in mente è La moitié gauche du frigo, il meno recente visto che è stato realizzato nel 2000, o 2001 non ricordo. Anche questo canadese. Il mock racconta la difficoltà dei giovani di entrare nel mondo del lavoro e di come questa difficoltà si rifletta anche nel resto della vita. Sul perché mi siano piaciuti sintetizzerei con un banale “toccavano la giusta corda”, così non annoio nessuno. Però consiglio vivamente di non mancare alla proiezione del 28 luglio, e nemmeno alle successive! Il calendario sarà disponibile a partire dal primo luglio sul sito del festival nella sezione rassegna.

Il PDFF è alla sua seconda edizione e si svlogerà nelle vallate occitane dal 15 al 20 agosto.
Sul sito trovate ovviamente tutti i dettagli.

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